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EDITORIALE

Carola libera: ora si rischia l'emergenza istituzionale

di Domenico Cacopardo -

03 luglio 2019, 08:38

Carola libera:  ora si rischia l'emergenza istituzionale

Dopo una giornata interminabile trascorsa nel Palazzo di Giustizia di Agrigento, Carola Rackete ha avuto la sua decisione: il Gip Alessandra Vella, che l’aveva annunciata per la mattinata, l’ha emessa subito dopo le 20. Preciso che ciò che qui di seguito riferiamo è tratto dalle notizie di agenzia e non è frutto di una diretta lettura del dispositivo del provvedimento.
La comandante della Sea Watch, dopo 4 giorni di arresti domiciliari, dopo una requisitoria del Pm Luigi Patronaggio che escludeva lo stato di necessità della nave e dei suoi passeggeri completamente assistiti dalla Guardia di Finanza e dalla Protezione Civile, torna in piena libertà.
La dottoressa Vella ha, in sostanza, bocciato la posizione dei Pm, giacché non ha convalidato l’arresto della Rackete e ha escluso il reato di resistenza e di violenza (il famoso e rischioso attracco) nei confronti di nave da guerra e dei suoi legittimi occupanti.
In particolare, per quanto attiene il reato di resistenza e violenza, la Gip ha ritenuto che i fatti siano giustificati dalla specifica «discriminante» consistente nell’avere agito nell’adempimento del dovere di salvare vite umane in mare.
Di conseguenza, sono venute meno la misura degli arresti domiciliari e il divieto  di residenza in Agrigento e provincia. La Gip, tuttavia, ha ulteriormente esternato, sottolineando che la scelta del porto di Lampedusa come destinazione non era strumentale, ma obbligata dalla circostanza che «i porti della Libia e della Tunisia non sono ritenuti porti sicuri». Carola Rackete è libera di muoversi, ma dovrà tornare ad Agrigento nei prossimi giorni per essere sentita dai Pm sull’altro reato attribuitole, quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non sono pochi gli elementi di perplessità che questa decisione della Gip Vella induce, anche in relazione a giudizi non suffragati dai fatti, per esempio, la non sicurezza dei porti tunisini, frequentata da migliaia di italiani ed europei in relativa sicurezza, in relazione alla possibilità, remota, di attentati terroristici islamici. Si apre ora una pagina nuova nella vicenda cardine della politica governativa, il contrasto all’immigrazione.
Non c’è da dubitare sulla reazione del ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio Matteo Salvini. Certo, c’è una strada maestra, tracciata dall’ordinamento e, di più, dal sistema costituzionale. Opporsi cioè alla decisione in parola mediante un ricorso all’istanza superiore, a opera, ovviamente dei Pm e, in caso di costituzione dello Stato come parte civile, anche dai suoi legali. Ma è facile immaginare che la reazione di Matteo Salvini sarà politica, soprattutto per una ragione: mettere in difficoltà pesanti i suoi alleati di governo, legati al sistema giudiziario da una visione prona alle sue esigenze.
Le geometrie diverse di un metodo giudiziario soggetto alla variabilità delle opinioni dei giudici, legittime, si manifestano in pieno nel caso Rackete. Vedremo nelle prossime ore, nei prossimi minuti quale sarà la posizione del ministro che ha fondato la sua azione di governo, e di tutto il governo sul blocco putativo (cioè teorico, più dichiarato che reale) delle immigrazioni. Ciò che non si può né si deve accettare è un ulteriore sovvertimento della prassi e del sistema istituzionale scelto dai padri costituenti nel 1948. Di questo si tratta. E se un sovvertimento verbale, anche solo verbale, si verificasse, sarebbe impossibile per il presidente della Repubblica tacere. Sergio Mattarella è prudente finché volete, ma irremovibile sui sostanziali pilastri del nostro sistema democratico.
Non si tratta di una delle solite emergenze. Si tratta di una emergenza istituzionale.

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