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EDITORIALE

Sea Watch, tutti gli errori commessi dalla gip Vella

di Domenico Cacopardo -

06 luglio 2019, 08:47

Sea Watch, tutti gli errori commessi dalla gip Vella

Ritengo giusto entrare nel campo minato dalle opposte passioni - negazione della ragione - per commentare l’ordinanza della dottoressa Alessandra Vella, gip di Agrigento, sul caso Carola Rackete e della nave di cui era comandante, la Sea Watch 3. 
Ecco, in sintesi, i rilievi.
1. Nello Stato italiano vigono le leggi dello Stato italiano. Anche il decreto-legge sicurezza 2, approvato dal consiglio dei ministri, firmato dal presidente della Repubblica e ora all’esame del Parlamento per la conversione (o meno). Questo decreto è vigente e la dottoressa Alessandra Vella non poteva non applicarlo. Se lo considerava in contrasto con la Costituzione doveva sollevare la questione di costituzionalità, sospendendo il procedimento.
2. Sostiene la gip agrigentina che le direttive ministeriali adottate ex articolo 11 comma 1-ter del Testo unico sulle immigrazioni (divieto di ingresso della Sea Watch) non avrebbero potuto avere attuazione in ragione degli accordi internazionali vigenti. Dimenticando peraltro che le direttive stesse erano state adottate in coerenza con il Testo unico e che quindi non presentavano margini di inapplicabilità a meno di non sollevare l’incidente di costituzionalità di cui al punto 1). Non spetta al giudice lo stabilire l’inapplicabilità di una norma legge - o derivata - per presunto contrasto con la Costituzione.
3. Questo significa che la «scriminante» (articolo 51 del codice penale) utilizzata per considerare legittimo l’operato di Carola Rackete è insussistente perché fondata sul presunto (ed erroneamente evocato) contrasto tra norme internazionali e norme nazionali, rispetto al quale spetta al giudice o dichiarare l’incidente di costituzionalità o applicare la legge dello Stato.

4. Peraltro, c’è anche un erroneo richiamo alle norme internazionali. La convenzione che interessa il caso Sea Watch è la Convenzione di Montego Bay promossa dalle Nazioni Unite e approvata il 10 dicembre 1982. Essa disciplina la delicata questione delle acque territoriali. All’articolo 19, stabilisce: «...significato dell'espressione “passaggio inoffensivo” 1. Il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero … (e non può consentirsi ndr) g) il carico o lo scarico … persone in violazione delle leggi e dei regolamenti … di immigrazione vigenti nello Stato costiero...». Questo significa in sostanza che è la norma internazionale che introietta una riserva di legge a favore dello Stato interessato. Come può facilmente comprendere chi ha seguito il ragionamento, proprio il contrario di quanto invocato dalla gip.

5.  C’è un ultimo punto da sollevare ed è quello della valutazione della «sicurezza» del porto di destinazione che, secondo la gip, sarebbe stato di competenza della comandante della Sea Watch. Una discrezionalità che nessun ordinamento (nemmeno la Convenzione-SAR di Amburgo - 27 aprile 1979-) riconosce al comandante di una nave in mare, che è, anzi, obbligato a dirigere la prora verso il porto più vicino.
 La dottoressa Vella ha dichiarato, sbagliando, «Ho fatto ciò che era giusto», invece di «Ho fatto ciò che ritenevo giusto». Non si tratta di parole, ma di sostanza. E, a questo punto, non c’è dubbio che l’ordinanza della Gip sul caso Sea Watch e su Carola Rackete meriti un ulteriore passo giudiziario, Lo Stato è costituito da un complesso di uomini che esercitano competenze e possono errare. Lo Stato di diritto ha le procedure per correggere i propri errori (articolo 111 della Costituzione).