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EDITORIALE

Migranti, vediamo la pagliuzza e non la trave

di Aldo Tagliaferro -

11 luglio 2019, 09:29

Migranti, vediamo la pagliuzza e non la trave

Non avessero il paraocchi che impedisce di guardare più in là di Lampedusa, i nostri politici si sarebbero accorti che in Africa sta accadendo qualcosa di molto importante. Qualcosa destinato a incidere profondamente non solo sull'economia del continente, ma anche sui rapporti di forza nello scacchiere mondiale e – a cascata – sul grande tema di inizio millennio: la migrazione di massa dall'Africa verso l'Europa. Altrettanto inquietante e disarmante è il silenzio mediatico sulle vicende del continente nero, ma si sa che l'audience ha le sue regole... 
Cosa sta accadendo, dunque, in Africa? Dopo anni di estenuanti negoziati 54 Paesi africani hanno sancito la nascita di una zona di libero scambio che porterà alla progressiva sparizione dei dazi doganali. Insomma: quello che è accaduto da molto tempo qui da noi con l'Unione Europea. 
L'accelerazione al processo nelle ultime settimane è arrivata con l'adesione della Nigeria – la più grande economia del continente oltre che il Paese più popoloso – e potenzialmente questa tra qualche anno diventerà l'area di libero scambio più grande del mondo. Solamente l'Eritrea non ha partecipato ai lavori a causa del conflitto con l'Etiopia, ma ora che la situazione è più tranquilla Asmara potrebbe aderire all'AfCFTA, acronimo che sta per African Continental Free Trade Agreement. 
Se fino a oggi il mercato intra-africano era zavorrato da costi eccessivi che ne hanno limitato la portata al 17% del totale (in Europa, per dire, si sfiora il 70%) e da forti squilibri perché il 50% del Pil continentale viene da soli tre Stati - Nigeria, Egitto e Sudafrica - il nuovo mercato libero dovrebbe incrementare la produzione interna, abbattere di conseguenza i costi, spingere ad assumere più persone (fino ad oggi il commercio extra continentale si basava essenzialmente sul solo invio di materie prime), generare maggiori entrate fiscali che si tradurrebbero in più risorse per il welfare e per le infrastrutture. Ovvero: minori disuguaglianze sociali, più ricchezza e condizioni di vita migliori con prospettive di crescita interna. Al tempo stesso l'Africa – facendo fronte comune attraverso l'AfCFTA - avrebbe maggior peso nelle trattative commerciali e potrebbe puntare a condizioni oggi impensabili.
Non è tutto. Parallelamente all'intesa commerciale, in Africa sta nascendo una nuova moneta. Si chiama Eco e dal 2020 sarà adottata da 13 Paesi (incluso l'Ecowas, la comunità economica dell'Africa occidentale) e oltre 350 milioni di persone. E' il primo passo verso l'abbandono del «franco africano» (Fca) che nei mesi scorsi ha suscitato frizioni perfino fra M5S e Parigi. E' un sintomo della volontà dell'Africa di affermarsi e affrancarsi dai reticoli post-coloniali, ma il rischio nascosto è quello di un ulteriore rafforzamento dell'influenza cinese sul continente nero, fattore che l'Ue farebbe bene a non sottovalutare.
Non avendo la forza di garantire da sola la stabilità monetaria, l'Eco sarà con ogni probabilità ancorata allo yuan cinese. Sappiamo che da tempo la Cina ha messo le mani sulle materie prime africane e sul debito pubblico di molti Paesi attraverso ingenti prestiti che di fatto vincolano le economie africane a Pechino (il caso di Gibuti è il più emblematico): il debito continentale è raddoppiato negli ultimi cinque anni a favore proprio del Dragone.
Ecco: teniamo a mente che i destini dei migranti del futuro non passano attraverso la nave di una Ong o gli sbarchi disperati su piccole imbarcazioni, ma saranno il frutto di politiche economiche globali. La Cina lo ha capito da tempo, l'Europa probabilmente no.