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L'ANALISI

Salvini apre la fase due: il M5S messo all'angolo

di Luca Tentoni -

08 agosto 2019, 08:47

Salvini apre la fase due: il M5S messo all'angolo

Svolta programmatica (con rimpasto) o crisi. Salvini, nel suo discorso a Sabaudia, ribadisce quanto ha detto al presidente del Consiglio Conte. Apre la “fase due” del governo, quella che il leader leghista definisce spesso “dei sì, delle cose da fare” che forse passerà per il licenziamento (si vedrà come e se sarà realizzato) di alcuni ministri-chiave: Toninelli, che ha perso la partita del Tav; Trenta, che sull’immigrazione ha una linea diversa da quella del vicepremier; il ministro dell’ambiente Costa; infine, forse, Tria, il guardiano dei conti pubblici (l’uomo del Quirinale, la pedina più difficile da cambiare). 
A questa svolta, che apre una sorta di “pre-crisi” o “crisi pilotata”, si è arrivati dopo una giornata convulsa. Del resto, dopo mesi di scontri fra Lega e Cinquestelle, si sarebbe prima o poi dovuti arrivare ad un chiarimento definitivo. 
Molti osservatori lo prevedevano già per il 27 maggio scorso, subito dopo le elezioni europee, ma in questi due mesi Salvini ha preferito tenere sulla corda gli alleati in difficoltà, strappando loro anche il Tav. Ieri questo ultimo atto simbolico si è compiuto nell’Aula di Palazzo Madama, dove i pentastellati avevano cercato di salvare i propri consensi e di mantenere l’appoggio dei loro sostenitori proponendo una mozione che affidava al Parlamento (non al governo, per non farlo cadere) il compito di dire “no” all’opera.
Nonostante apparisse una mossa necessitata in un periodo nel quale Di Maio è stretto fra il martello dell’offensiva salviniana e l’incudine dell’ala intransigente del M5S (messa a dura prova sul decreto sicurezza bis), il fallimento scontato della mozione e la scelta pro Tav del resto del Senato (con Pd, Forza Italia e FdI che hanno votato con la Lega) hanno fatto precipitare la situazione. Le cinque votazioni nei quali pentastellati e Carroccio si sono posti in contrapposizione (con i numeri dell'Aula che sono stati sempre gli stessi: 180-182 per il fronte pro Tav, 107-110 per quello contrario) hanno inferto all’alleanza gialloverde un colpo più duro del previsto. In questo, forse un po’ ingenuamente, i Cinquestelle credevano che un atto di forza – sia pure per una battaglia persa in partenza – sarebbe stato derubricato dalla Lega come un occasionale «giro di valzer» senza importanza. Invece è stato il casus belli che Salvini cercava da tempo. Tutto si è giocato sul «tradimento»: per il M5S, l’alleato leghista ha votato con le odiate opposizioni pur di vincere sulla Tav; per la Lega, il governo aveva già deciso, Conte si era già esposto, dunque la mozione era da considerarsi un atto ostile anche verso l’Esecutivo, seppure non esplicitamente. L’insistenza del ministro dell’Interno sulle «cose da fare», compreso il taglio delle tasse – con una legge di bilancio che sembrava abbozzata in parallelo al Viminale e al ministero dell’Economia, con saldi e allocazioni di risorse diversi – era un segnale chiaro che i Cinquestelle avevano già colto. Uno di quei segnali che richiedono una rottura o un atto di sottomissione, dopo le concessioni (quasi una resa, sul decreto sicurezza bis) delle ultime settimane. Da ieri sera è iniziata una nuova partita, nella quale entra anche il Quirinale. Una partita dall’esito a dir poco incerto.