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EDITORIALE

Il calendario di una crisi intricata e incerta

12 agosto 2019, 09:01

Il calendario di una crisi intricata e incerta

Oggi, si riunisce la conferenza dei capigruppo del Senato della Repubblica. Deve decidere il giorno della convocazione dell’aula per la discussione e il voto sulla mozione di sfiducia al governo presentata dalla Lega.
La volontà, ribadita di continuo, di Matteo Salvini di fare presto ha avuto l’effetto di mobilitare i suoi avversari politici nella direzione opposta. Se il leader leghista vuole le elezioni il più presto possibile gli altri le vogliono rinviare. Il primo ha le sue ragioni, certo. A partire dall’incassare, con il voto, il gradimento degli italiani, stimato oltre il 35% e, quindi, dal formare un governo a sua guida che affronti le questioni calde che incombono: legge di stabilità, congelamento del rincaro dell’Iva, realizzazione dell’autonomia allargata di Veneto e Lombardia (ed Emilia Romagna). Nelle formule lanciate dalla Lega, l’Europa ha assunto la fisionomia di un nemico ed è tra le ipotesi possibili quella di un allontanamento dall’Unione per una «Italexit», i cui effetti disastrosi sono del tutto sottovalutati. 
Gli altri, naturalmente, hanno l’obiettivo opposto: mettere in piedi un governo che scriva la nuova legge di stabilità, congeli l’aumento dell’Iva e, soprattutto, riesca a realizzare un clima collaborativo con l’Europa assolutamente necessario per schivare una finanziaria sangue e lacrime a favore di una finanziaria mite, nella quale tornino a essere protagonisti gli investimenti. 

Il problema di Salvini è che il suo «uno contro tutti» si svolgerà, per ora, in un ring nel quale il suo partito, ancorché sostenuto da Fratelli d’Italia (quanto a Berlusconi dovrebbe tenersi le mani libere), è minoritario. Non può quindi imporre la propria volontà.
PROSSIME TAPPE
Sarà difficile, impossibile che oggi la conferenza dei capi gruppo del Senato adotti il calendario auspicato dalla Lega (aula prima di Ferragosto). L’ipotesi più probabile è che il Senato si riunisca lunedì 19 o martedì 20 (la crisi è stata di fatto aperta da Salvini sabato 3 agosto).  E qui le ipotesi sono almeno due: che Giuseppe Conte si dimetta prima che l’assemblea voti la sfiducia. Lo potrebbe fare con un breve discorso anodino, o con un atto di accusa circostanziato (al quale sta lavorando) nei confronti del suo ministro dell’interno. Nel primo caso, lascerebbe un varco a una ricomposizione dell’alleanza (che è improbabile, ma non da escludere di fronte al baratro che potrebbe ingoiare i due partiti). Nel secondo caso, ci sarebbe la certificazione della rottura, ma non un voto di sfiducia che sanzionerebbe la vittoria tattica della Lega.
Per queste ragioni, sembra più attendibile la previsione di dimissioni senza voto di sfiducia.
Consumato questo passo, Giuseppe Conte salirà al Quirinale per dimettersi. Mattarella prenderà atto, lo inviterà a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti e inizierà le consultazioni.
È probabile che se le dimissioni avverranno il 20 (o il 19) le consultazioni inizino il giorno dopo, il 21 (che è più probabile, visto la volontà della maggioranza dei capi gruppi di ostacolare Salvini). Ci vorranno 3 giorni per esaurire l’elenco degli incontri istituzionali, quindi, la sera del 23 agosto o al mattino del 24, il presidente della Repubblica apparirà in sala stampa e tirerà le prime somme. Poiché è certo che dal primo giro non emergerà una soluzione capace di salvare la legislatura (il salvare la legislatura –insieme al mettere in sicurezza i conti del Paese- è un obbligo istituzionale del capo dello Stato che solo di fronte all’impossibilità di farlo, può-deve arrendersi e sciogliere il Parlamento), si dovrebbe procedere al conferimento di un incarico esplorativo. Poiché nelle prime consultazione, esplorò la Casellati, questa volta toccherebbe a Fico, presidente della Camera, sicuramente uno dei maggiori avversari del leader leghista.
Perciò, è possibile che l’incaricato la tiri, per quanto possibile per le lunghe: tre o quattro giorni. Perciò il 27, il 28 o, addirittura, il 29 agosto tornerebbe al Colle per riferire. Anche in questo caso, l’esplorazione non dovrebbe avere avuto esito positivo.


L’INCARICO
Dobbiamo subito dire che occorre oggi tenere conto del fatto che sabato Beppe Grillo ha aperto alla continuazione della legislatura per affrontare la crisi economico-finanziaria e, quindi, procedere sino alla messa in sicurezza delle finanze pubbliche. Un atto - è evidente -  di realismo: i 5Stelle ridotti al lumicino di uno stimato 14% non possono volere elezioni che certificherebbero la loro dissoluzione. Hanno un grande patrimonio: la maggioranza relativa alla Camera e al Senato. Prima di rinunciarvi debbono cercare di evitare il crollo.
L’uscita del comico scopre Di Maio (e gli altri dirigenti, compreso Di Battista) e traccia una strada che sembra obbligata per i suoi seguaci.
Dall’altro lato, Zingaretti, l’esponente detto nel Pd romano «grondaia» per la vocazione a stare al riparo, ha compiuto l’imprudenza di dichiararsi per le elezioni subito (e ha trascurato le conseguenze –per il suo partito- di un voto immediato). Renzi, che è ancora il migliore cervello politico di quell’area, ha invece colto l’apertura, ipotizzando un governo che affronti gli appuntamenti immediati e gestisca il Paese sino a elezioni nella primavera del 2020 o, addirittura, del 2021. 
Il presidente della Repubblica, terminati i giri di consultazione, conferirà l’incarico di formare un governo. Un atto obbligato, visto che (già oggi è chiaro) i partiti vogliono elezioni condotte da un soggetto terzo.
Il presidente incaricato formerà un governo che dovrà presentarsi in Parlamento e chiedere la fiducia che non avrà: tornerà quindi al Quirinale dove Mattarella firmerà il decreto di scioglimento delle camere.
C’è, però, una soluzione alternativa al governo elettorale: il governo istituzionale (o del presidente). Dipende dallo sviluppo delle relazioni tra 5Stelle e Pd e, per ora, non è ipotesi attuale.
Ne parleremo presto, quando si avranno sostanziosi elementi di giudizio.

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