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EDITORIALE

A Hong Kong gente come noi in piazza per la libertà

di Francesco Bandini -

13 agosto 2019, 10:38

A Hong Kong  gente come noi  in piazza  per la libertà

i sono centinaia di migliaia di persone che da molte settimane stanno manifestando nei modi più disparati (e disperati) per preservare la propria libertà e ribadire il proprio desiderio di continuare  a vivere in uno Stato di diritto anziché in un regime autoritario. Sono gli abitanti di Hong Kong, una città geograficamente molto lontana dall’Occidente, ma ad esso culturalmente vicina, dalla quale l’eco delle veementi proteste arriva fino a noi per un motivo molto semplice: perché sono come noi, nel senso che godono di diritti equiparabili ai nostri, vivono in una società organizzata come le nostre, hanno uno stile di vita sovrapponibile al nostro (se non superiore). E proprio come faremmo noi, non se ne stanno con le mani in mano di fronte all’inizio di un allarmante processo di scivolamento verso l’abisso del regime cinese, negazione assoluta di ogni libertà e diritto.
Nel 1997 Hong Kong ha cessato di essere una colonia del Regno Unito per diventare parte della Cina, sia pur come regione amministrativa speciale, che in quanto tale gode di privilegi democratici impensabili nel resto della Repubblica popolare. Ma quando una legge ha tentato di introdurre la possibilità che per i reati più gravi gli abitanti di Hong Kong siano estradati e processati in Cina (e quindi alla mercé di un regime illiberale, dove i gulag per i dissidenti sono ancora una drammatica realtà), la popolazione si è sollevata e non è passato giorno in cui non vi fossero proteste di piazza, anche molto dure.

Dopo tanti disordini, fra cui l’assalto al parlamento locale, l’ultima originale forma di manifestazione (tuttora in atto), a cui la polizia ha peraltro risposto con inaudita violenza, consiste nel piazzarsi all’interno dell’aeroporto e sensibilizzare gli stranieri in arrivo su cosa stia succedendo. Un modo per gridare al mondo intero il proprio appello a non dimenticarsi di quell’avamposto di libertà e di civiltà che è Hong Kong.
Proviamo allora a immaginare cosa succederebbe in una delle nostre società rette dalla legge se lo Stato di diritto venisse improvvisamente messo in discussione come sta avvenendo nella metropoli asiatica. Al pari di quei cittadini, anche qui si scenderebbe in piazza, si bloccherebbero le istituzioni, si protesterebbe a oltranza. A noi sembra impossibile un simile scenario, abituati come siamo alla libertà; lo stesso devono aver pensato gli abitanti di Hong Kong, che ora, come in un incubo, vedono rapidamente scemare le proprie libertà e farsi avanti lo spettro del regime cinese.
Alle nazioni occidentali così ciecamente attratte dagli affari garantiti dal gigante asiatico, ma così poco interessate alle condizioni di lavoro inaccettabili degli operai cinesi e ancor meno interessate alla mancanza di pluralismo nella nazione più popolosa del mondo, si spera che non sfugga il valore democratico che la protesta di Hong Kong rappresenta, un valore di fronte al quale le nostre società e i loro rappresentanti non dovrebbero rimanere indifferenti. La vera domanda è: l’indignazione dei governi e le pressioni che essi sapranno esercitare saranno più forti degli enormi interessi economici che potrebbero intaccare?