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EDITORIALE

Quando su Facebook vanno in onda i pregiudizi

di Paolo Ferrandi -

19 agosto 2019, 08:52

Quando su Facebook vanno in onda i pregiudizi

Il  sindaco leghista di Gallarate  ha fatto un post sulla sua pagina ufficiale di Facebook contro un immigrato tunisino «che deve essere riaccompagnato a calcioni nel sedere nel suo Paese d’origine» perché «per passare il tempo ha dato fuoco ad un’auto». Poi però si è accorto  che il tunisino è la vittima  e non l’autore dell’atto vandalico che invece è un italiano di 60 anni con problemi psichici. E ha cancellato velocemente il post. Ma non abbastanza in fretta da impedire agli avversari del Pd della cittadina lombarda  di fare uno «screenshot» a futura memoria della sua gaffe che è diventata, come si dice ora, «virale» in Rete. 
È una storia piccola e banale che illustra  il  «cattivismo» -  il contrario del «buonismo» - che alligna in Italia  e che invoca pene draconiane per ogni cosa,  ma è anche un esempio paradigmatico di cattivo uso dei social network. 
Ci sono decine di studi che ci dicono che i social - e Facebook che è il più diffuso - tendono a diffondere notizie false buone soprattutto - grazie a quello che gli psicologi cognitivi chiamano «confirmation bias», «paradosso di conferma» - a confermare i nostri pregiudizi e rinforzare le nostre convinzioni. Sopratutto quelle sbagliate. Eppure ci ricaschiamo sempre.
«Ogni volta che esco da un cinematografo mi sento più stupido e più cattivo», scriveva il filosofo Theodor Adorno. Ora capita con Facebook. Solo che in scena non vanno i sogni di plastica imposti, secondo il pensiero di Adorno, dall'industria culturale. Ma le nostre miserie. E forse è ancora più sconfortante.