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L'ANALISI

La crisi di governo nata dall'incapacità di arginare il debito

di Domenico Cacopardo -

24 agosto 2019, 11:30

La crisi di governo nata dall'incapacità di arginare il debito

Le immagini che la Roma politica manda al Paese somigliano molto al film di Renzo Arbore, il Papocchio.
È difficile, se non impossibile, che Sergio Mattarella si presti al gioco degli equivoci, delle formule incomprensibili, dei compromessi irrealizzabili. Sembra che la politica non pensi affatto ai suoi spettatori e che reciti un copione destinato ai soli addetti ai lavori.
Invece, nel 2018, l’elettore aveva posto sul tappeto questioni elementari e vitali, cui il mondo della politica non è stato capace di rispondere, né col centro-sinistra, né con la formula giallo-verde. Sono mancate le risposte perché non potevano venire in tempi rapidi o non potevano venire del tutto in quanto al di fuori delle possibilità di qualsiasi governo. E non per i vincoli di un’Europa arcigna e ostile, ma per nostre irresolubili deficienze. In particolare un debito pubblico crescente e una produttività calante per la deriva viziosa di un sistema fondato sulla clientela e sulla pubblica (e strategicamente inutile) distribuzione di risorse.
Ed è da notare che il governo giallo-verde, sommando interventi in deficit senza ritorni (reddito di cittadinanza e quota 100, per esempio), ha aggravato la situazione. 
In questo contesto, s’è aperta la crisi di governo i cui preliminari vanno ricercati nel risultato del 26 maggio 2019 (elezioni europee) nelle quali i rapporti di forza tra i soci di governo si sono invertiti, essendosi registrati il raddoppio dei voti della Lega e il dimezzamento di quelli 5Stelle.

Più no che sì
Dopo il primo giro di consultazioni, la sensazione è «Più no che sì» e, in qualche modo, l’ha confermato Mattarella nel più secco e pessimistico bilancio mai compiuto da un presidente della Repubblica, spiegando con parole adeguate all’emergenza che le prospettive di un incontro di maggioranza sono talmente labili da spingerlo a dare un breve termine perentorio, trascorso il quale si aprirà il procedimento elettorale. Si dimostra così che è lui l’unico che guarda al Paese e alla intollerabilità di situazioni opache o, peggio, soltanto opportunistiche.
Le divergenze sono reali e di difficile conciliazione nei tempi concessi e in quelli più lunghi che venissero richiesti.

I 5Stelle
Partiamo dai grillini che pongono al loro primo punto il taglio immediato dei parlamentari. Se mai ci fosse, tra di loro, qualcuno dotato di realismo politico, comprenderebbe subito che si tratta di un clamoroso autogol. Ridurre il numero dei parlamentari favorisce i partiti più forti. Nel caso loro, essendo in caduta più o meno libera, significa sottrarre ai seggi decimati dalla flessione di consensi, il taglio (1/3) derivante dal minor numero di posti disponibili. Nessuno che abbia un po’, solo un po’ di sensibilità politica può sostenere un provvedimento che determinerà la sua scomparsa o quasi.  Parlano poi del salario minimo, una misura che anche il sindacato rifiuta, giacché porterebbe effetti gravemente negativi su tutto il settore delle imprese marginali quelle che sopravvivono a stento nell’attuale crisi economica e che peggioreranno le loro performances nei prossimi mesi. Così è il tema demagogico, ma poco sentito in Italia, di un Paese rinnovabile al 100%. In questo capitolo si inseriscono le utopie-sciocchezze su rifiuti zero, il no agli inceneritori, il no all’estrazione del petrolio e del gas italiani, là dove si sono trovati. È vero che i 5Stelle chiedono un «piano per» che è il vecchio e abusato sistema per rinviare a un futuro lontano qualcosa che interessa abbastanza i cittadini, ma è anche vero che attualmente e domani adotteranno provvedimenti amministrativi autolesionisti, in quanto impediranno un approccio realistico alla questione rifiuti e l’utilizzazione delle risorse che la sorte o il buon Dio ci hanno messo a disposizione.
La riforma della giustizia e dell’elezione del CSM (il quinto punto del loro decalogo) sono formule vuote da riempire: se l’idea è di riempirle con le proposte del ministro Bonafede (contro le quali si sono già pronunciati magistrati e avvocati) e che stabilizzano la cronica, insopportabile lentezza dei processi, sarà impossibile trovare un punto di equilibrio (anche se la frazione giustizialista –minoritaria- del Pd potrebbe gradirle).
Interessante il punto 7: carcere ai grandi evasori, pene alte per i reati finanziari. Una manifestazione demagogica di non conoscenza della situazione: il grosso dell’evasione italiana è attribuibile alla piccola evasione e alla finanza criminale. Con la formula grillina non sarebbero sfiorate dalla repressione. Il punto 8) propugna la creazione di una nuova Cassa per il Mezzogiorno: nessuno di loro ha idea di cosa abbia significato in positivo, ma soprattutto in negativo il vecchio sistema. 

Il Pd
Veniamo al Pd. I primi 5 punti di Zingaretti erano aria fritta spendibile su tutti i tavoli. Quelli dichiarati da Paolo Gentiloni a Mattarella hanno un senso compiuto e sono macigni sulla strada dell’incontro con il mondo grillino. Il primo è risolutivo: no alla riduzione dei parlamentari, ma riforma più ampia. C’è quindi un varco che difficilmente i 5Stelle accetteranno di attraversare: nel più ampia di Gentiloni, c’è una legge elettorale fortemente proporzionale, capace di neutralizzare il favor (per la Lega) della sola riduzione dei seggi. It’s politics, stupid: utilizzare le opportunità costituzionali per rafforzarsi è normale e lecito.
Anche l’altro punto è discriminante: intesa sulla manovra prima del via del nuovo governo. Dietro questa affermazione c’è il cancellare lo sciocchezzaio circolante e il concentrarsi sui punti e sulle decisioni anche dolorose necessarie per il rilancio produttivo. Terzo e ultimo, l’abrogazione dei decreti sicurezza di Salvini: una plateale smentita di se stessi, dato che gli uomini e le donne di Di Maio li hanno sempre votati e difesi.
C’è un altro problema ben più pesante: che farà Matteo Renzi nell’ipotesi di un’intesa, che sarebbe il contrario di ciò che aveva proposto, il governo istituzionale, appoggiato dall’esterno da 5Stelle, Pd e altri (Forza Italia compresa), ma rifiutato da Mattarella? Quando dirà no? Prima o dopo l’eventuale intesa? In ogni caso il castello crollerebbe e le sue macerie sommergerebbero per primo il compagno Zingaretti.

La Lega
Qualche parola sulla Lega. Reduce dal passo falso dell’8 agosto (apertura della crisi) Salvini cerca di rientrare in gioco offrendo ai 5Stelle un nuovo governo. Il rimpasto vagheggiato con Di Maio premier. Non è una battuta, ma la cifra del cinismo del ministro degli interni che sa che questa strada (soprattutto uno come Di Maio premier) condurrebbe alla dissoluzione gli eventuali partners di governo e all’incremento ulteriore dei suoi consensi. Tutto legittimo beninteso, ma così elementare da rendere difficile che i grillini – persino loro –  cadano in trappola.

E allora?
Se quest’analisi sarà confermata dai fatti, non c’è dubbio che la parola tornerà agli elettori.