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Conte prova a smarcarsi ma i problemi non sono risolti

di Domenico Cacopardo -

02 settembre 2019, 13:42

Conte prova a smarcarsi ma i problemi non sono risolti

I nervosismi degli ultimi giorni (il più eclatante è lo sfogo-ultimatum di Luigi Di Maio all’uscita dal colloquio con Giuseppe Conte venerdì), a guardare bene i fatti, i toni e le parole, mostrano una tensione tutta interna al Movimento 5 Stelle. Dobbiamo rassegnarci, almeno per ora, alle opacità della galassia grillina, nella quale la comunicazione, gestita in modo prussiano, cela accuratamente i processi interni, i dissensi e le rivalità. E di questa opacità è espressione lo pseudo-ultimatum di Di Maio: era in corso una trattativa, c’era una disponibilità a definire una comune piattaforma programmatica, mettere, quindi, sul tavolo 20 punti irrinunciabili aveva il senso di una rottura. Forse, il ritorno nelle braccia di Matteo Salvini. 
Peraltro, la polemica, sollevata sempre dal capo dei 5Stelle sulla questione posti celava e cela il nervo scoperto del movimento. È possibile che il capo medesimo non si renda conto di essere reduce da una sconfitta. La formula di governo, definita in esclusiva «parnership» con Salvini, è deragliata. E poco importa che la rottura sia stata voluta dal capo della Lega. Ciò che importa in politica –scienza paradossalmente esatta- è che i 5Stelle abbiano incassato una severa sconfitta elettorale alle europee e una serie di sconfitte nel «day by day» governativo. Il continuo ripetere un insistito mantra sulla questione nomi e la difesa del capo, indicano tutto il contrario di ciò che appare. C’è di sicuro un problema di nomi tra i 5Stelle: vedranno diminuiti i posti di governo, subiranno un serio «turn over» e, probabilmente, la retrocessione di Di Maio a semplice ministro.

Ieri, però, la situazione ha presentato novità. La prima è il confuso intervento notturno di Beppe Grillo, il cui senso è un invito a chiudere la trattativa senza indugiare sulla nomina di Di Maio a vicepresidente del consiglio. La seconda si trova nel discorso di Conte alla Festa de «Il fatto quotidiano». L’astuto e sagace premier incaricato è ricorso a un barocchismo per dire, più o meno: non sono iscritto al Movimento, ma gli sono vicino. Ora, se le parole hanno un senso, Conte ha ammesso di rappresentare le posizioni dei grillini, ma di rappresentarle in modo lieve, non da militante, ma da simpatizzante.
Un segnale a Zingaretti e a Di Maio che, di fatto, prefigura un governo senza vicepresidenti del consiglio, nel quale Conte sarà l’interprete delle esigenze del partito di maggioranza relativa e, al contempo, il gestore-attuatore della politica di riforme concordata tra i due partiti.
Si avvicina, quindi, la chiusura? Contrariamente da quanto si scrive, non c’è alcuna accelerazione. Anzi c’è un rallentamento che significa una sola cosa: i problemi non sono risolti, Di Maio non s’è convinto di cedere, tutto può ancora saltare in aria. Probabilmente le convenienze parallele spingeranno, alla fine, a un accordo e a risolvere la questione vice nominandone due. Un compromesso all’italiana.
In ogni caso, mercoledì sapremo. Nel frattempo, i corsi del debito pubblico ci diranno in quale direzione ci stiamo muovendo.


 Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it