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EDITORIALE

Il Cavaliere non soccorre il Dioscuro disarcionato

di Vittorio Testa

di Vittorio Testa -

03 settembre 2019, 12:05

Il Cavaliere non soccorre il Dioscuro disarcionato

Il  centrodestra non esiste più. Ci sono un centro, intasatissimo, perché vi  si inscrivono Berlusconi, Toti, Renzi, Calenda; una destra destra, Fratelli d’Italia; e la Lega, ben diversa da quella «padanpedemontana» di  Bossi: la Lega di Salvini, diventata un contenitore di tutto un po’ (il partito interclassista da Nord a Sud), che ha vissuto una  stagione di nevrosi politica… snervante alla quale forse si deve gran parte della labirintica strategia fallimentare del suo leader. Nevrosi da sondaggismo trionfante, da successo virtuale, limitato se non proprio contraddetto dalla realtà. 
I sondaggi davano il  prode Matteo al 38 per cento: e lui si comportava come se quelle impalpabili promesse di voto fossero seggi parlamentari, fermi invece alla quota spettante al 17 per cento ottenuto nel marzo del 2018, cioè la metà del consenso arrivato al Movimento 5stelle. Ma Salvini aveva strappato la leadership del centrodestra a Berlusconi al  termine di una campagna elettorale che aveva visto i due combattere l’un contro l’altro. I numeri erano insufficienti a formare una solida maggioranza Lega-Fi-Fd’I.
 Che fare? Semplice: sommare il 17 per cento alla dote doppia dei «grillini» fino a quel momento dipinti, in reciproca disistima, come campioni d’incapacità. Un’operazione di puro potere, ordita con Di Maio. Non uno scandalo; in politica succede e sta succedendo anche adesso. Se serve a fare buone scelte per la cosa  pubblica, anche il diavolo è un legittimo alleato.

Ma era chiaro da subito che le due forze erano talmente divergenti da pronosticare un’inevitabile implosione. I due Dioscuri ministri e vicepremier, sempre sorridenti, vicendevolmente solidali e complimentosi, prevaricatori del presidente del Consiglio Conte, si spartiscono lo spartibile e tirano dritto, orgogliosi non si sa bene di che cosa, vista la situazione del Paese. Ma tant’è. Uno furoreggia acclamatissimo come salvatore della patria per la chiusura dei porti all’immigrazione e per il raggiunto diritto a una maggiore autodifesa. L’altro lancia il ‘reddito minimo di cittadinanza’. Un flop. Nel frattempo i contrasti aumentano, Salvini è al massimo del consenso virtuale, i suoi lo invitano a rompere l’alleanza, lui risponde picche ed elogia Di Maio, compie altri atti lesivi delle prerogative del premier. D’improvviso un giorno apre la crisi: obiettivo, dimissioni del governo, nuovo presidente del Consiglio, e nuova ridistribuzione del potere. Con chi, con quali alleati? Ma in primis, come se avessero il diritto a un’opzione primaria, i «grillini». Il Matteo comiziante contro il Papa e devoto alla Beata Vergine, traccia un percorso di pertinenza esclusiva del presidente della Repubblica. Un controsenso, un errore marchiano. Il patatràk.
 E Berlusconi? Trattato come un contagioso appestato elettorale, il Cavaliere declinante nei sondaggi ma determinante nella realtà, ripropone l’alleanza a Salvini. «Non abbiamo bisogno di nessuno» è la risposta. Ora è chiaro perché Berlusconi si dica pronto a soccorrere un governo Conte-bis che eviti le elezioni e sancisca la più cocente sconfitta del Dioscuro disarcionato. D’altronde già due anni fa il Cavaliere parlava di un eventuale patto Salvini-Di Maio come «una disgrazia epocale per l’Italia». Due anni dopo, adesso: «Matteo? Mi dispiace per lui, è stato colto dalla ybris con la quale gli Dei puniscono i tracotanti superbi che si credono onnipotenti».