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EDITORIALE

M5S ritorna centrale Pd in posizione gregaria

di Domenico Cacopardo

di Domenico Cacopardo -

05 settembre 2019, 12:10

M5S ritorna centrale  Pd in posizione gregaria

Mentre Giuseppe Conte terminava di leggere la lista dei ministri, mi è tornato alla mente Francesco Cossiga, che là dov’è oggi, dirà ai suoi compagni di ventura qualcuna delle sue indimenticabili e urticanti battute. In qualche modo è il solo vincitore della battaglia politica dell’ultimo decennio della prima Repubblica, dal momento che le sue picconate hanno trovato un interprete nel lanciatore dei «vaffa» sino alla sublimazione odierna, nella quale s’è visto un completo rovesciamento di ruoli e di prospettive.
Compreso il caso Di Maio, da Pomigliano d’Arco, passato dagli spalti del San Paolo di Napoli alla Farnesina, il dicastero diretto, per esempio, da Camillo Benso conte di Cavour, Francesco Crispi, Antonio Salandra, Sidney Sonnino, Carlo Sforza e tanti altri, di grande personalità e apprezzamento nel cosiddetto consesso delle nazioni.
Ma la politica –non solo italiana- è questa e non è il caso di flagellarci. Di Maio non è fesso e, strada facendo, cercherà di adeguarsi (detto fra noi, sarebbe stato molto meglio se avesse fatto il vicepresidente).
Oggi, a governo costituito, occorre parlare di politica.
Il Movimento 5Stelle torna cruciale in Parlamento, sulla base del successo ottenuto nelle elezioni del 2018. E ripropone se stesso come la spina dorsale del nuovo dicastero. Il Pd soffre delle difficoltà recenti che lo collocano, inevitabilmente, in una posizione gregaria come mai in passato.

Il secondo dato politico è costituito dal programma. Se avete la pazienza di leggerlo e di confrontarlo con il contratto stipulato tra Movimento 5Stelle e Lega, troverete certo delle differenze, ma non tali di rappresentare una rivoluzione copernicana. In definitiva c’è più continuità che discontinuità.
Il terzo fatto politico è una promessa articolata che riguarda il quadro economico (e di cui abbiamo già ampiamente scritto) e il quadro politico-istituzionale (riduzione del numero dei parlamentari con contestuale o quasi approvazione di una nuova legge elettorale proporzionale).
Se il governo onorerà la prima parte di questa promessa, l’Italia potrebbe rifiatare, contando su risorse aggiuntive, sull’indulgenza europea, sulla modifica dei Trattati di Dublino e, infine, su una nuova propensione europea agli investimenti.
E se onorerà la seconda, avrà compiuto la vera missione per la quale è nato: asfaltare il progetto di Salvini. Il leader leghista potrà, quindi, tornare al potere soltanto se il suo partito e il suo schieramento supereranno il 50% dei consensi elettorali.
La reazione delle borse e delle imprese dice a tutti gli italiani che chi opera nella finanza e nell’economia non ha timore di questo governo, come invece ne aveva avuto del precedente. La cosa dovrebbe far riflettere tutti gli interessati, giacché, almeno dai programmi, si può capire che destra e sinistra non sono più categorie politiche o economiche, ma dello spirito o dei sentimenti.
I sondaggi nelle prossime settimane ci diranno come si regoleranno gli specialisti del soccorso al vincitore e quelli della discesa dal carro perdente.
Un altro fenomeno normale, fisiologico del quale non dobbiamo stupirci.
Oggi il governo giura e inizia a lavorare.
Al di là delle simpatie personali, dobbiamo pretendere che funzioni.