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EDITORIALE

Per il governo le insidie della riforma elettorale

di Luca Tentoni -

13 settembre 2019, 10:31

Per il governo  le insidie della riforma elettorale

Nel programma del nuovo governo giallorosa c'è, oltre all'ultimo voto sulla legge costituzionale che taglia da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori, la riforma della legge elettorale. Tecnicamente, l'eventualità che la riforma costituzionale vada in porto rende necessario modificare alcuni punti del meccanismo di trasformazione dei voti in seggi, però a questo scopo se ne aggiunge un altro, prettamente politico: il ritorno alla proporzionale pura (senza collegi uninominali e senza coalizioni) che può danneggiare Salvini. Oggi, infatti, Lega e FdI hanno la possibilità, anche se solo con il 40-42% dei voti, di conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento, perchè verosimilmente sono in grado di piazzare al primo posto i loro candidati nella gran parte dei collegi del centronord e in un certo numero di quelli del sud. Con la proporzionale, alla percentuale dei voti corrisponde quella dei seggi, quindi per governare da soli Salvini e Meloni dovrebbero ottenere il 51% dei consensi, anche se - con i voti dispersi fra i partiti più piccoli - potrebbe bastare anche il 47-48%. La riforma elettorale è un nodo che - a prima vista - appare semplice da sciogliere: se il problema è Salvini, basta abolire le soglie di sbarramento e cancellare collegi e coalizioni e il gioco è fatto. Così, però, si rischia di avere - soprattutto alla Camera - almeno una dozzina di partiti, alcuni dei quali molto piccoli, con riflessi non positivi sulla governabilità (anche se, per contro, aumenterebbe la rappresentatività dell'Assemblea di Montecitorio, aperta anche ai gruppi minori).

 I problemi già emersi durante le prime trattative sono due: la soglia di sbarramento per ottenere seggi e i tempi della riforma elettorale. 
Poichè in politica è bene non fidarsi troppo di alleati, amici e avversari, c'è da tenere conto che varare presto (con legge ordinaria: i tempi sono brevi) un ritorno alla proporzionale pre 1994 può essere tecnicamente facile ma tatticamente rischioso. Infatti, la presenza di un meccanismo che sciogliesse le coalizioni ("libera tutti", ma anche "tutti contro tutti") e permettesse a partiti col 2% di avere seggi alla Camera (al Senato sarebbe più difficile, ma è un altro discorso, più
complesso) incoraggerebbe quanti nel Pd o in Forza Italia vogliono compiere scissioni a procedere senza indugio, sapendo che il voto non lascerebbe fuori quasi nessuno dal nuovo Parlamento.
Fatta la riforma, non è detto che settori della maggioranza non siano tentati dal voto anticipato, meglio se prima dell'entrata in vigore del taglio dei parlamentari. Fare la nuova legge elettorale troppo tardi, invece, rischia di tenere in gioco Salvini - cosa che i giallorosa non vogliono
- e di esporre il governo ad un logoramento che potrebbe portare ad elezioni con i seggi già "tagliati" dalla riforma costituzionale e con il meccanismo vigente (che, in tal caso, premierebbe ancor più di ora Salvini e Meloni). Sbagliare i tempi vuol dire perdere la partita. Ma, come accennavamo, c'è un altro punto difficile nella trattativa: la soglia per avere seggi. Se fosse alta (5%) bloccherebbe i tentativi di scissione, però rischierebbe di far sparire molti dei partiti (da Leu fino ai più piccoli) che oggi sono determinanti per sostenere il governo Conte. È vero che quei voti mancanti sarebbero compensati dai sì di Forza Italia, ma solo per la riforma elettorale, non certo per il governo (che dunque cadrebbe, provocando nuove elezioni). Inoltre, una soglia alta farebbe disperdere i voti delle forze escluse (che sono tutte o quasi di maggioranza) favorendo proprio Lega e FdI (che col 40% dei voti potrebbero ritrovarsi col 44% dei seggi). Probabilmente, dunque, lo sbarramento sarà intorno al 3-4%, con qualche accorgimento (come l'apparentamento del "Porcellum" che permetteva ai partiti minori di associarsi ai più grandi e di avere una soglia d'accesso molto più facile da superare). È vero, dunque, che la legge elettorale non è il principale pensiero degli italiani, ma potrebbe diventare il maggior ostacolo politico per la maggioranza e per il proseguimento della legislatura.