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EDITORIALE

Per Renzi sfida giusta ma risultati incerti

di Domenico Cacopardo -

20 settembre 2019, 09:09

Per Renzi sfida giusta ma  risultati incerti

Guardiamolo con gli occhi del presente, non del passato, il mercato della politica nazionale, con la sua domanda e la sua offerta.
Così, potremo identificare un’ampia domanda, basata sulla difesa di interessi generali o di gruppi, sulla promozione di istanze e ceti sociali, sull’esistenza di esigenze identitarie difficilmente inseribili nel complesso delle altre richieste. 
Per converso, l’offerta risulta incapace di cogliere le complessità del mercato. Sino a un quindicennio fa, l’offerta era stabile, indifferente alle esigenze degli utenti, monopolizzata da due grandi imprese (Popolo della Libertà o Forza Italia che dir si voglia e Margherita-Ds o Pd dall’altro lato), cui si aggiungevano piccole aziende dalla vocazione mirata alle esigenze di piccoli gruppi sociali. 
La grande crisi del 2008 ha, però, ha creato un’insanabile rottura, per il crac mondiale che ha polverizzato i risparmi (e le risorse) di gran parte della classe media e ha regalato a  tutti l’incertezza più assoluta sul futuro. Da qui è derivata la disaffezione degli utenti nei confronti delle due grandi imprese, dando il via all’astensionismo di massa (27,1% nel 2018). 
Contemporaneamente, nell’elettorato s’è fatta strada la protesta (32% ai 5 Stelle) e il ricorso alla coalizione di centro-destra, vista, per merito ed effetto di Salvini, come il più efficace presidio per la tutela dell’esistente contro tutto ciò che lo mette in discussione (immigrazione in primis).
Renzi va via per fondati motivi che non consistono solo nella frustrante subordinazione a uno Zingaretti, leader senza leadership. Non è necessario condividerne le idee per constatare che in un mondo senza slanci, seduto, lui è un politico capace di concepire un progetto di medio e lungo periodo e di perseguirlo con coerenza.
Sparigliando l’offerta politica esistente una settimana fa, può ottenere risultati importanti per il sistema nel suo complesso. Il primo è quello di mettere di fronte al Salvini leader indiscusso (meno indiscusso oggi di ieri) un unico campione di parte avversa, dotato di dialettica altrettanto efficace, ma meno volgare, meno basata su istinti basici e primordiali. 
In secondo luogo, era questo il momento di smuovere le acque e di iniziare la navigazione verso qualcosa di nuovo e di diverso, di offrire cioè un prodotto abbastanza inedito con un packaging vergine e ignoto: il quadro politico era, infatti, totalizzato dal partito della protesta insoddisfatta (e che, nonostante gli sforzi, rimarrà insoddisfatta perché convogliata nell’utopia) e da un partito spento, gregario e mai protagonista, anche se ha mandato al governo personale politico –in genere- di buona qualità. In terzo luogo, può spingere il Pd sulla via del rinnovamento vero, della responsabilizzazione di giovani dirigenti entusiasti. 
Sparigliando, Renzi guarda anche all’astensione di massa, serbatoio nel quale recuperare una parte di legittimazione e di consensi.
Perciò, il momento sembra appropriato. 
Se questo è il progetto, è da vederne il risultato. Dipende da tante, troppe variabili.
Oggi, peraltro, «Italia viva» e il suo leader hanno ottenuto attenzione. 
Ed è con attenzione, evitando di iscriversi nell’elenco dei simpatizzanti o in quello degli antipatizzanti, che la novità va seguita, sapendo, però, che il successo potrà costituire un fattore positivo del sistema politico nazionale.
DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it