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EDITORIALE

Non c'è stato il grande esodo verso il partito di Renzi

di Luca Tentoni -

22 settembre 2019, 10:33

Non c'è stato il grande esodo verso il partito di Renzi

In molti si sono chiesti se e quanto la scissione dal Pd del gruppo di Renzi possa influire sul futuro della maggioranza. Parecchi, inoltre, si sono domandati perché i gruppi parlamentari del Partito democratico, in gran parte formati da eletti renziani o filorenziani, non abbiano subito perdite numeriche più consistenti. Questi due aspetti, a ben vedere, potrebbero non essere slegati fra loro. Sulla questione del futuro del governo Conte, Renzi ha risposto che con la costituzione dei nuovi gruppi la maggioranza si allargherà (con qualche arrivo da altri partiti o componenti, in particolare da Forza Italia e dal Misto); il punto più importante, tuttavia, sta nel fatto che Italia viva può pungolare i Cinquestelle e il Pd, ma non provocare la caduta dell'Esecutivo prima che sia stata approvata una legge elettorale proporzionale. Con la normativa vigente (a parte il possibile taglio del numero dei parlamentari, che sta per essere approvato dalla Camera per poi, verosimilmente, venire sottoposto a referendum) il partito di Renzi dovrebbe entrare in una coalizione di centrosinistra (dove, però, il Pd potrebbe scegliere di ospitare Leu - che nel 2018 non era alleata - ma non Italia viva) e, in ogni caso, anche superando il quorum avrebbe pochi seggi a Montecitorio e pochissimi a Palazzo Madama. Quindi Renzi pungerà la maggioranza, ma non la affonderà fino al momento giusto. È un punto debole della sua politica che il Pd e il M5s potrebbero sfruttare non è detto che, una volta approvata la riforma costituzionale che diminuisce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200, non ci sia tempo e spazio non solo per il referendum popolare, ma anche per una nuova riforma che introduca la sfiducia costruttiva (in pratica, il sistema in base al quale un governo cade solo se viene approvata una mozione che indica il nome del successore a Palazzo Chigi e delinea una nuova maggioranza). Prima della riforma elettorale, dunque, Renzi potrebbe essere costretto ad attendere, cercando di logorare il Pd e - in generale - gli alleati, aprendo le porte nei suoi gruppi ad apporti «azzurri», ma mai offrendo il destro a Zingaretti e Di Maio per rompere e andare alle elezioni con l'attuale sistema di «trasformazione dei voti in seggi». È possibile, quindi, che Italia viva abbia gruppi sempre più ampi, ma è al momento improbabile che raggiungano o superino le dimensioni di quelli del Pd. Pur riconoscendo che molti renziani rimasti nel partito di Zingaretti possono aver deciso di non andarsene per fedeltà alla «ditta», c'è però il dubbio che lo stesso Renzi non abbia voluto svuotare i gruppi parlamentari del suo ex partito. Se lo avesse fatto, sarebbero cambiati i rapporti di forza nella maggioranza di governo. Dopo il soggetto politico con più seggi (il M5S) ci sarebbe stato quello renziano, non più il Pd. Così, se oggi semplificando si definisce il governo come il «Di Maio-Zingaretti», nel caso in cui Italia viva avesse sorpassato per numero di deputati e senatori il Pd avremmo parlato di coalizione «Di Maio-Renzi»: una cosa indigeribile per i pentastellati, i quali, finché l'ex premier era nei Democratici, derubricavano la presenza del senatore toscano ad una faccenda che riguardava solo il segretario del Pd. Con la nascita di gruppi parlamentari folti, Italia viva sarebbe stata la più importante (decisiva lo è già, per i numeri in Senato) alleata dei Cinquestelle, col Pd al terzo posto e Leu al quarto. Un sommovimento che avrebbe potuto far saltare il governo Conte già il giorno del giuramento dei sottosegretari. Invece la valanga verso il partito di Renzi non c'è stata e il gruppetto di Italia viva si mette disciplinatamente al terzo posto fra gli alleati di governo, proprio perché ora non è il momento di sfasciare tutto, ma di guadagnare tempo e di arrivare ad ottenere quanto l'ex premier vuole: in primo luogo la legge elettorale, ma non solo.