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EDITORIALE

Quelle prove di intesa fra Pd e M5S

di Stefano Pileri -

24 settembre 2019, 10:35

Quelle prove di intesa fra Pd e M5S

Per ora la data del 26 gennaio è l’unico punto fermo delle prossime  Regionali. Una competizione elettorale che, per il resto, si annuncia quanto mai incerta, a cominciare dai nomi candidati e dalla composizione degli  schieramenti in gara. Fino a qualche settimana fa,  la Lega di Salvini sembrava avere il vento in poppa ed essere a un passo dalla storica  conquista dell’Emilia Romagna. Nelle ultime settimane, però, la scelta di innescare la crisi di governo, con  tutto quello che ne è  seguito, pare aver complicato la situazione per i leghisti. Tanto che anche gli alleati di centrodestra  hanno iniziato a rialzare la testa e a sollevare sempre più dubbi sul nome di Lucia Borgonzoni, la senatrice bolognese che Salvini ha individuato da tempo come candidata. Difficile dire come andrà a finire, se la scelta cambierà. È improbabile che il centrodestra si divida  proprio in Emilia Romagna e decida di andare separato al voto. Anche perché, di certo, nessuno sembra voler rischiare di far saltare la coalizione per impuntature su questo o quel nome. Sul fronte opposto, dopo i risultati drammatici delle ultime competizioni elettorali, da qualche settimana il Pd pare aver ritrovato un po’ di ottimismo. Merito soprattutto del cambio di clima a livello nazionale. Il ritorno al governo con la nascita del Conte bis sembra aver rianimato un partito che pareva ormai rassegnato a nuove sconfitte elettorali. Le incognite non mancano, a cominciare  dalla scissione di Renzi, che però ha giurato e spergiurato di non voler presentare liste alle regionali. Ma l’esempio dell’alleanza per l’Umbria, raggiunta in tempi brevi fra Pd e M5S, ha riaperto i giochi.  I dirigenti regionali del  Pd fanno notare che gli ultimi  sondaggi in Emilia Romagna li danno davanti al centrodestra anche senza i «grillini». Il segretario nazionale Zingaretti domenica a Bologna ha  rimarcato che «l’alleanza  non è scontata». Di certo il discorso è più complicato che in Umbria, dove l’intesa è stata trovata in tempi relativamente brevi ma su un candidato «civico», perché lì non c’era un presidente uscente  come Bonaccini che ha annunciato da tempo l’intenzione di ricandidarsi e che gode di un ampio consenso. L’ipotesi di chiedergli di farsi da parte per trovare un altro nome sarebbe difficilmente comprensibile e rischierebbe di mandare in frantumi il Pd regionale.  Ma non c’è dubbio che  i consiglieri regionali M5S in questi anni siano stati i principali oppositori del governatore e della sua giunta,  talvolta anche più dei consiglieri di centrodestra. Solo se dai Cinque stelle  non arrivassero   veti  su Bonaccini,  l’intesa con  il Pd potrebbe essere raggiunta. Dall’esito della trattativa   dipenderà  anche il destino del sindaco di Parma Pizzarotti, che sembrava già al fianco di Bonaccini. Lui non lo ha nascosto: un’intesa con i suoi ex compagni «grillini» potrebbe essere davvero indigesta. Ma in questo momento - è evidente a tutti - l’accordo con Pizzarotti e il suo Italia in Comune non è la priorità per il Pd.