Sei in Editoriale

EDITORIALE

Ergastolo: si guarda la pagliuzza, non la trave

di Domenico Cacopardo -

25 ottobre 2019, 09:03

Ergastolo: si guarda la pagliuzza, non la trave

Il rumore sollevato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sull’ergastolo ostativo, s’è riproposto ora che anche la Corte costituzionale ha affrontato la stessa norma, introdotta con decreto-legge dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino e delle loro scorte. Questo il comma: «L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione … non possono essere concessi ai detenuti ed internati per delitti dolosi quando il procuratore nazionale antimafia o il procuratore distrettuale comunica, d’iniziativa o su segnalazione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al luogo di detenzione o internamento, l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata …»
Sin dall’inizio, fu sollevata la questione del conflitto con l’articolo 27 della Costituzione che, al 3° comma, stabilisce: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Se, infatti, il fine della pena è la redenzione, non si può stabilire in maniera generale e astratta il divieto alla fruizione delle misure premiali. Se la Corte europea, giorni fa, aveva statuito che «l'ergastolo ostativo viola i diritti umani», gettando una seria zeppa nel meccanismo costruito dal legislatore italiano, oggi la nostra Corte costituzionale dichiara incostituzionale la legge, nella parte in cui non consente la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia 

anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. Una decisione in linea con i principi umanitari cui ha fatto riferimento la Corte europea e, tuttavia, tecnicamente cauta e ragionevole. Vedremo meglio quando saranno pubblicate le motivazioni, ma, attualmente, si può affermare che per gli irriducibili, cioè i non-pentiti, nulla, di fatto cambierà. Se il comunicato-stampa della Corte costituzionale rispecchia il dispositivo della sentenza (e non c’è ragione di ritenere che non lo faccia), i giudici della Consulta hanno (ri)stabilito che i permessi possono essere accordati - dall’Autorità giudiziaria - solo nel caso in cui, pur non essendoci il pentimento (cioè la dissociazione delatoria) siano stati recisi i rapporti con l’associazione criminale di provenienza e sia pienamente provata la partecipazione al percorso rieducativo.

Niente di rivoluzionario, quindi. Peraltro, in Italia, un Paese in cui i fatti giudiziari si riversano in maniera patologia nella politica, una decisione come questa non poteva che dare il via ai commenti più strumentali, demagogici e, in sostanza, antiistituzionali che si possano immaginare. Dimostrandosi così che l’antico assioma espresso da Pietro Nenni per la politica («…nella gara a essere radicali e di sinistra, ognuno troverà qualcuno che è più radicale e di sinistra di lui …»)  può essere facilmente trasferito al mondo giudiziario italiano, nel quale in ogni occasione un giustizialista incontrerà un giustizialista più giustizialista di lui. 

Rimane l’interrogativo di fondo. Ontologico. Perché in Italia esiste un fenomeno criminale e pervasivo come la mafia, nelle sue varie accezioni territoriali?

Sarebbe tempo di tornare alla questione. Ma il metodo scientifico, necessario per analizzare e capire, sarebbe inquinato dalle esigenze di una politica politicante che preferisce la propaganda alla sostanza. Per questa semplice e paradossale ragione non approfondiremo né sapremo.

DOMENICO CACOPARDO

www.cacopardo.it