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EDITORIALE

Il destino del Governo si deciderà a Bologna

di Domenico Cacopardo -

30 ottobre 2019, 09:21

Il destino del Governo si deciderà   a Bologna

È ben strano il palcoscenico politico italiano: i due protagonisti (solo di essi ci occuperemo oggi) alla ribalta sanno già che nei camerini un altro prim’attore si sta preparando per togliere loro ruolo e rilevanza. Eppure,  debbono continuare la recita, stanca e scontata. 
Più o meno questa è la situazione del governo della Repubblica tre giorni dopo le elezioni regionali umbre (una consultazione marginale se non fosse stata celebrata a due mesi dalla costituzione del governo e della nuova, impensabile sino a poco prima, alleanza tra grillini e Pd, e se non si fosse trattato di una regione a guida di sinistra sin dal 1970, anno in cui si aprirono per la prima volta i seggi nelle regioni a statuto ordinario), mentre la navigazione -stentata e, comunque, messa in pericolo da numerosi scogli- della legge di bilancio prosegue con lentezza esasperante, con decisioni poco gradite, in attesa delle decisive consultazioni emiliano-romagnole (26 gennaio 2020). Correttamente, Stefano Pileri ieri poneva l’accento su quest’appuntamento, vero spartiacque tra un prima e un dopo, i cui connotati sono tutti da definire.
C’è qualcosa di epocale nella temperie politica nella quale stiamo vivendo. Da un lato, l’insorgere di un movimento radicale, populista e antisistema come i 5Stelle, trasformato, fatalmente, dall’assunzione di responsabilità di governo, dall’altro il declino del Pd, passato dallo scoppiettare delle iniziative di Matteo Renzi (con la relativa comunicazione, aggressiva e, talora, controproducente) alla successiva calma piatta, durante la quale -paradosso dei paradossi- il segretario in carica, Nicola Zingaretti ufficialmente contrario a qualsiasi accordo con i grillini, è stato bypassato dal predecessore che, forte di un ampio consenso tra i gruppi parlamentari, aveva dichiarato possibile e utile l’accordo, imponendogli la svolta. Fra l’altro, poco dopo, il medesimo Renzi abbandonava la navicella di cui era stato il timoniere, per salire su un nuovo vascello, progettato e costruito secondo le sue volontà.
Oggi, a finanziaria in corso (e con un continuo stillicidio di notizie inquietanti sulle nuove tasse progettate o immaginate da un ministro dell’economia decisamente contrario a spiegare pubblicamente le scelte del governo e le necessità di finanza pubblica), con il precipizio di fronte al quale stanno i 5Stelle -soprattutto i 5Stelle che viaggiano verso -20/25% dei voti del 2018-, e davanti alle difficoltà del Pd e del suo gruppo dirigente, incerti sul futuro e sulla linea politica e organizzativa con la quale affrontarlo, non avrebbe senso parlare di chiusura dell’esperienza di governo in corso e, quindi, di elezioni anticipate. Tuttavia, se com’è possibile, l’Emilia-Romagna, a gennaio, confermerà il trend attuale, potrà diventare utile per il Pd chiudere il rubinetto del governo e cimentarsi in elezioni che lo vedrebbero sconfitto sì, ma forse, ricompattato, alla sola pesante condizione di individuare un coerente disegno riformista e credibili interpreti.
Ancora una volta poche settimane per capire i cambiamenti prossimi venturi.
Un’alternativa ci sarebbe: quella di lasciare il timone nelle mani di Draghi, alla testa di un governo del presidente. Il che, oggi, appare poco probabile, per la propensione negativa dell’interessato e per il permanente, inossidabile rispetto del dettato costituzionale espresso in ogni circostanza da Sergio Mattarella.
Nessun timore, però: vittoria e sconfitta elettorali -determinate dal voto libero e responsabile- attengono alla fisiologia democratica alla quale non vogliamo sottrarci (o no?).