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EDITORIALE

ArcelorMittal sbatte la porta: bomba sociale per il governo

di Domenico Cacopardo -

05 novembre 2019, 09:12

ArcelorMittal sbatte la porta: bomba sociale per il governo

Ore 17.44 di ieri, l’Ansa titola: «ArcelorMittal si ritira. Allarme dei sindacati: ‘Una bomba sociale’». Si conclude così, almeno per ora - e salvo resipiscenza del Parlamento - il tentativo di salvataggio dell’Ilva di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa, circa 10.000 occupati diretti cui si aggiungono almeno altrettanti indiretti, che rappresenta qualche punto di Pil nazionale.
Sorta sul finire degli anni ’60, come quarto centro siderurgico nazionale l’acciaieria Finsider rispondeva alle necessità di sviluppo del Paese. Nel contesto delle privatizzazioni, l’impianto - dai pesanti problemi ambientali - venne, nel 1995, ceduto alla famiglia Riva che lo condusse sino al 2012. A quel punto, la situazione era diventata insostenibile sia sotto il profilo ecologico che sotto quello giudiziario (visto il sequestro disposto dalla locale Procura della Repubblica). 
Ai Riva subentrarono tre commissari con il compito di trovare un valido acquirente. Esperita la procedura, l’anglo-indiana ArcelorMittal, la più importante azienda di settore nel mondo, si attribuì lo stabilimento. Le susseguenti trattative con il governo (rappresentato da Carlo Calenda, ministro dello sviluppo economico) condussero a un’intesa (maggio 2018, alla vigilia della formazione del governo Conte I). Punti essenziali, l’occupazione e la necessità di ambientalizzare gli impianti, realizzando (entro la fine del 2020) il piano concordato con il governo. 

E qui c’era un problema: poiché le attività produttive non dovevano essere interrotte durante l’attuazione del piano, gli amministratori dell’azienda sarebbero potuti incorrere in reati ambientali. I carichi inquinanti dal momento zero (ingresso dei nuovi gestori) alla messa a norma (2020), avrebbero fatalmente presentato valori eccessivi.
Si concordò, perciò, una clausola di depenalizzazione per reati compiuti nella fase transitoria.
Successivamente, in sede di conversione del decreto Crescita (del governo Conte I), sulla base di un emendamento a 5Stelle, l’esimente venne abrogata.
ArcelorMittal minacciò il ritiro e affannose trattative si riaprirono con i ministri Di Maio e Patuanelli.
Ne uscì una formulazione equivoca, inidonea a ottenere il risultato voluto.
Eccoci quindi a ieri, quando l’azienda anglo-indiana ha comunicato che «… gravi eventi … hanno contribuito a causare … incertezza giuridica e operativa che ha … compromesso la capacità di effettuare i necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento … le descritte circostanze attribuiscono … il diritto di risolvere il contratto …»
Una bomba che mette in forse la stessa sopravvivenza del governo. Nei prossimi i giorni, i ministri competenti e i 5Stelle tenteranno di attribuire ad Arcelor-Mittal la colpa dell’insuccesso. Nessuno si preoccuperà del danno di immagine internazionale, della sostanziale uscita dell’Italia dal settore siderurgico. Nessuno valuterà la questione lavoro e le conseguenze sul Pil nazionale e locale.
L’Ilva sarà data alla Cassa Depositi e Prestiti nella versione carrozzone statalista.
Insomma, tirannia dell’ignoranza e dell’irresponsabilità sul cielo d’Italia.

 DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it