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EDITORIALE

Quella serie di errori sul futuro dell'ex Ilva

18 novembre 2019, 08:53

Quella serie di errori sul futuro dell'ex Ilva

ArcelorMittal sta dando una severa lezione agli italiani. Una lezione pesante come una guerra perduta.
Essa ci dice che la moderna complessità può essere affrontata solo da gente preparata sul piano politico, amministrativo ed economico. Non col dilettantismo che ha caratterizzato le ultime vicende (vedi l’avanti e indietro sulla questione dello scudo penale). Se l’azienda lo ha ritenuto necessario e se lo Stato l’aveva concesso, era perché l’art. 51 del codice penale («L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità …»)  non era bastato e non basta nei tanti casi in cui l’autorità giudiziaria ha deciso di procedere. Era ed è quindi necessario implementarlo con una disposizione specifica per il caso in cui qualcuno sia impegnato in un’attività - concordata con lo Stato- di reambientalizzazione e, al contempo, debba mandare avanti un impianto inquinante.
 Ma questo, ora, non è immaginabile vista l’opposizione del Movimento 5Stelle.
Che l’ArcelorMittal si fosse stancata del modo di procedere dello Stato italiano (revoca dello scudo, riammissione, nuova revoca, cui s’aggiungeva il sequestro dell’altoforno n. 2 da parte della procura di Taranto, annullato poi dal Riesame) lo si doveva capire il giorno in cui gli azionisti hanno nominato Ceo Lucia Morselli, la più dura manager industriale in circolazione. 

E, poiché il balletto di dichiarazioni avventate e contraddittorie è continuato e continua (ieri la signora Lezzi, M5S, proponeva di sostituire l’attività siderurgica con l’allevamento delle cozze), si è dato il via al recesso e all’abbandono dell’impianto, con spegnimento degli altoforni. Per ArcelorMittal questa non è una passeggiata di piacere. Dopo essersi impegnata a investire 4,2 miliardi di euro nel rilancio dell’Ilva, ora, l’abbandono le costerà - secondo stime riservate - oltre 1 miliardo di euro. Si tratta quindi di una decisione non presa a cuor leggero, ma meditata. C’è da aggiungere che il mercato dell’acciaio è da qualche mese in serie difficoltà per la congiuntura negativa (e i dazi americani) e a causa della produzione cinese venduta in dumping (sottocosto) per conquistare il mercato europeo. Quindi tutto il business immaginato e definito col governo Gentiloni (ministro Calenda) doveva essere rivisto. Ciò al fine di indurre il maggiore produttore mondiale a rimanere. 
Peraltro, il rapporto con ArcelorMittal sembra irrecuperabile, anche perché la società ha annunciato lo spegnimento degli altiforni. Una sciagura irrimediabile, dato che un altoforno spento non può essere riacceso, ma deve essere ricostruito.
I giornali riferiscono di due indagini. Una aperta dalla procura di Milano così articolata: un «modello 45», per verificare l’eventuale esistenza di ipotesi di reato (una delle follie tipicamente italiane); e «ravvisando un preminente interesse pubblico ha deciso di esercitare il diritto-dovere di intervento nella causa di rescissione del contratto di affitto d’azienda promosso dalla società ArcelorMittal Italia contro l’amministrazione straordinaria dell’Ilva». L’altra dalla procura di Taranto in relazione all’art. 499 del codice penale («Chiunque … cagiona   nocumento alla produzione nazionale o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa …», una norma del codice Rocco, approvato dal fascismo). 
Chi crede che si possa risolvere il problema con le manette o con la minaccia di esse non ha idea di come funziona il mondo produttivo. E non valuta l’eco internazionale di tali iniziative.
In ogni caso le mosse giudiziarie e quelle, incredibili, del governo sono devastanti per il «Sistema Italia»: quel poco, molto poco di odierna affidabilità s’è dissolto (benché sia possibile che le due indagini finiscano nel nulla, magari dopo anni di udienze e costi spropositati). Gli imprenditori stranieri sono incentivati ad andarsene. E gli imprenditori italiani sono di fronte una devastante incertezza.
Oggi il governo dovrebbe prescindere dalle iniziative giudiziarie e intervenire immediatamente nei modi previsti dalla legge: diffida a non spegnere gli altIforni e immediato intervento di un commissario per la continuità aziendale e l’ambientalizzazione. 
Un nuovo commissario lo si troverà in mancanza dello scudo penale? Ecco come, in un tragico gioco dell’oca, si torna alla prima delle questioni: lo scudo. Nulla di buono si prospetta, ormai, per l’Italia, l’Ilva e i lavoratori tarantini.
 DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it