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La Food valley diventi la «Valle della sostenibilità»

01 dicembre 2019, 09:50

La Food valley diventi la «Valle della sostenibilità»

FRANCO MOSCONI 
Università di Parma  

Parma e la sua provincia rappresentano il terreno d’elezione di uno dei principali distretti agro-industriali a livello internazionale: la giustamente famosa “Food Valley”. Partendo da qui, Parma e il parmense possono trasformarsi nella “Valle della Sostenibilità”? Ossia, per prendere a prestito una magistrale definizione di Carlo Petrini, una valle dove le cose durano nel tempo?
Viene naturale, crediamo, porsi questa domanda dopo l’intensa due-giorni che ci siamo appena lasciati alle spalle. Dapprima, giovedì scorso, la presentazione della quinta edizione della Top 500; dopodiché, venerdì, l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Parma alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
C’è un filo rosso che lega queste due giornate. Come mostrano le cronache pubblicate sulla Gazzetta di venerdì e di ieri  è proprio la sostenibilità, declinata in tutti i suoi aspetti: ambientale, economico-sociale, intergenerazionale. Le analisi e le testimonianze di Pier Luigi Marchini e Veronica Tibiletti, Nicola Madureri, Davide Bollati, Alessandro Chiesi, Gino Gandolfi, Michele Guerra rappresentano i tasselli di un mosaico molto più complesso di quello che appare a prima vista. Certo, le questioni strettamente ambientali (la riduzione delle emissioni e la rigenerazione delle risorse naturali) contano tantissimo, ma come trascurare le questioni che hanno a che fare con la responsabilità civile delle imprese nei confronti della comunità locale? 

Con la creazione di buona occupazione? Con la cura delle persone, a cominciare dai più deboli? Con una città che sappia farsi carico di tutte le sue componenti?
Se poi nella vita di questa città – di questa pòlis – opera un Ateneo di antiche tradizioni, ecco che la prospettiva si amplia ulteriormente giacché un Ateneo, oggi più di ieri, è il nodo strategico attraverso cui passa una fitta rete di rapporti con altre istituzioni di alta formazione in Italia, in Europa, nel mondo. E ancora: è uno snodo-chiave per investire in ricerca scientifica e promuovere l’innovazione tecnologica, l’unica via che i principali paesi dell’Occidente industrializzato – l’Italia fra questi - hanno per reggere l’urto della concorrenza che viene dai paesi di nuova industrializzazione dell’Oriente. E’, infine, il luogo per eccellenza nel cercare di offrire a tutti i giovani una chance di vita e di lavoro.
Sono tre i pilastri – ha ricordato il Rettore, Paolo Andrei - su cui si regge, oggi, l’Università di Parma: “La centralità degli studenti, il rafforzamento del capitale umano, l’interazione con la società”. E proprio i giovani sono stati al centro della prolusione di Enrico Giovannini: “La vera disuguaglianza oggi – ha detto – è tra chi vede un futuro e chi non lo vede. I ragazzi oggi non sanno se ne avranno uno”. Ma le difficoltà del tempo presente non giustificano un “capovolgimento della prospettiva: il tornare al passato”. E’ stata questa la grande lezione del presidente della Repubblica, che al ritorno al passato ha contrapposto il “fascino del futuro” e la capacità di “optare per l’utopia, tutt’altro che una fuga dal reale”. L’obiettivo, sottolineato da Sergio Mattarella, di “emissioni zero nel 2050” in coerenza con l’intendimento dell’Unione europea, sintetizza il suo pensiero.
Per una felice coincidenza, infatti, la settimana si era aperta col discorso della presidente eletta della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di fronte al Parlamento di Strasburgo (27 novembre); discorso che ha le sue parti più originali nei passaggi dedicati alla “protezione del clima”, al “Green Deal europeo”, alla “sostenibilità competitiva”. Su questi temi – è l’argomentazione – il mondo ha bisogno della leadership dell’Europa. Ora, per noi la domanda diviene: qual è il posto dell’Italia, paese fondatore dell’Europa unita, in questa sfida? E, volendo, il posto dell’Emilia-Romagna e di Parma? E’ un posto di assoluto rilievo, se il Paese saprà alzare lo sguardo e abbandonare l’ottica di breve (brevissimo) termine che purtroppo caratterizza tanti ambiti della vita associata: nel pubblico come nel privato.
Confinando la nostra attenzione al mondo della produzione, basti pensare al peso dei settori più direttamente coinvolti nella transizione verso una economia sostenibile e, al tempo stesso, competitiva: il settore alimentare e delle bevande, che vale – in base ai dati Istat - oltre l’11% del valore aggiunto manifatturiero del Paese (il secondo settore dopo la meccanica che, da sola, è quasi la metà della manifattura italiana); il settore chimico-farmaceutico, che vale il 9%, lo stesso peso che ha il sistema moda. Ma la sfida è trasversale e tocca, in misura maggiore e minore, tutti i settori: pensiamo all’interno della meccanica, all’industria del packaging e all’impiantistica alimentare, all'automotive e così via. In tutti questi settori la presenza delle imprese emiliano-romagnole e, come mostra la Top 500, di quelle parmensi è davvero ragguardevole.
Nel volume pubblicato nel 2016 dal Barilla Center for Food and Nutrition dal titolo “Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”, Carlo Petrini (presidente di Slow Food) scrive: “La sostenibilità è un concetto legato a un’idea molto antica: il tempo. E’ un concetto che ci parla di ‘quanto a lungo può reggere’ qualcosa. E’ senz’altro una bella parola, sostenibilità, e ha una bella origine: nasce in riferimento a uno dei pedali del pianoforte, che in inglese si chiama sustain, quello che serve per allungare le note, per farle durare nel tempo. Non per niente i francesi traducono con durabilité, capacità di durata”.
Qual è, in conclusione, l’obiettivo desiderabile? Questo: la progressiva evoluzione di ciò che la nostra generazione ha conosciuto come “Food Valley” in “Valle della Sostenibilità”; ossia, nella “Valle delle cose che durano nel tempo”. Sarebbe bello se i nostri nipoti potessero, un giorno, darci la risposta.

 FRANCO MOSCONI
Professore di Economia e politica industriale all’Università di Parma


 

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