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EDITORIALE

Ma la Brexit ‘soft' sarà un salasso per tutti gli inglesi

di Paolo Ferrandi -

14 dicembre 2019, 09:21

Ma la Brexit ‘soft' sarà un salasso per tutti gli inglesi

Alla fine Boris Johnson ha vinto la sua scommessa. Una scommessa che ha piazzato dopo mesi di tentennamenti. Suoi e di Jeremy Corbin, il leader laburista che  è il grande sconfitto di questa tornata elettorale. Il messaggio di Johnson era più semplice: “Get Brexit done”, cioè “attuare la Brexit”, e quello di Corbin troppo complesso e troppo legato al passato con tutte le promesse di un ritorno al socialismo dopo la Thatcher e dopo la totale ristrutturazione del Labour operata da Tony Blair. I laburisti hanno perso in modo devastante, anche se non così tanto come facevano presagire gli exit poll, dopo che per tutta la giornata i dati sull’affluenza e sulla grande partecipazione dei giovani avevano fatto sperare in una qualche possibile sorpresa.  È comunque crollato il muro rosso delle regioni operaie del Nord o quel che ne restava e Corbyn nel prendere atto della sconfitta, che è anche personale, ha confermato che non sarà lui a guidare il partito nelle prossima, probabilmente lontana, campagna elettorale. Il popolo inglese ha, comunque, parlato e ha detto in modo chiaro e inequivocabile che vuole che la Gran Bretagna esca dall’Unione europea.

La vittoria di Johnson è grande, anche maggiore di quella della Thatcher alla fine degli anni ’70 come ricorda una bella prima pagina dell’Evening News esposta alla mostra su “London Calling”, il capolavoro dei Clash al London Museum del Barbican Center.  Bisogna capire ora come capitalizzerà il consenso che gli è arrivato. Paradossalmente il fatto che si tratti di una vittoria quasi a valanga potrebbe favorire una Brexit soft, sulla falsariga dell’accordo raggiunto con Bruxelles e che sarà valido dal 31 gennaio prossimo. Il leader conservatore, infatti, ha ora un enorme capitale politico e potrà, sempre se lo vorrà, rintuzzare gli euroscettici fautori della Brexit dura e pura. Già nel negoziato per raggiungere l’accordo poi non votato dal Parlamento, Johnson ha dimostrato dosi insospettabili di pragmatismo accentando un compromesso sulla questione irlandese che, pur eliminando il famigerato “backstop”, ergeva un confine tra le province dell’Ulster e la Gran Bretagna. Una concessione che  nessun politico conservatore aveva finora avuto il coraggio di accettare. 

Le prime dichiarazioni di Johnson sono incoraggianti, visto che, pur ricordando con forza che ormai la Brexit è inevitabile, riconosce che è tempo di sanare le ferite di una Nazione che per troppo tempo si è dimostrata divisa. Certo, sono parole retoriche e arrivano dopo una campagna elettorale divisiva e piena di propaganda e menzogne, diffuse come sempre via social media. Ma questa è la nuova normalità della politica. Più difficile per lui tenere fede alle molte promesse che ha fatto in campagna elettorale perché è facile prevedere che anche una Brexit soft avrà dei costi economici rilevanti. E questi costi li pagheranno soprattutto gli inglesi. Ma questa è una previsione e per ora l’euforia della vittoria fa dimenticare le preoccupazioni per il futuro e anzi rilancia il sogno di un futuro quasi imperiale, una volta sganciata la catena che legava l’isola al continente patrigno. Quello che è certo è che, come faceva notare un articolo dei giorni scorsi pubblicato sul Wall Street Journal che non è certo un bastione del pensiero progressista, le tre città che negli anni Duemila hanno incarnato la speranza di un futuro di libero scambio e di prosperità liberale in senso economico e politico, cioè New York, Hong Kong e Londra, ora stanno sperimentando, in modo diverso,  i limiti della globalizzazione e  il ritorno dei confini e del nazionalismo. Se questo sarà salutare e deleterio lo vedremo nei prossimi anni. 

Qui a Londra il giorno dopo non è troppo diverso dal solito. La città è sempre un  “melting pot” di usanze, lingue e accenti diversi. Capita così che il cambiavalute vicino all’albergo in cui alloggi sia un gentilissimo pakistano e abbia a disposizione anche dei real brasiliani, valuta che in Italia è pressoché introvabile anche nel circuito bancario. E capita di vedere – nel quartiere bene di Islington – una donna con il velo integrale, il niqab, che si informa sui prezzi degli alberi di Natale che qui sono rigorosamente veri  e senza radici, non di plastica come in Italia. Una dimostrazione per immagini del sincretismo di una città che continua a non avere confini e che respira con il respiro del mondo intero. Ma questa è Londra, non l’intera Gran Bretagna. Che probabilmente ha paura di tutta questa  diversità che è una ricchezza ma che, soprattutto a chi si sente (e in parte è) più povero di quello che era qualche anno fa, sembra solo confusione e genera paura.