Sei in Editoriale

EDITORIALE

Dal Presidente un discorso di svolta

di Luca Tentoni -

02 gennaio 2020, 09:08

Dal Presidente un discorso di svolta

Col suo messaggio dal Quirinale, Mattarella chiude un «decennio impegnativo, contrassegnato da una lunga crisi economica e da mutamenti veloci e impetuosi» e suggerisce agli italiani di voltare pagina, perché è possibile farlo: «dobbiamo creare le condizioni che consentano a tutte le risorse di cui disponiamo di esprimersi senza ostacoli e difficoltà, con spirito di reciproca solidarietà, insieme». Il discorso di fine anno cambia tono rispetto ai precedenti: è rivolto al futuro, ai giovani, all'ambiente, alle capacità che l'Italia possiede e che può sviluppare. 
L'accento sui problemi del Paese - che nei precedenti discorsi era prevalente - qui è solo apparentemente sfumato, ma ben presente. È come se il Capo dello Stato dicesse agli italiani che la guerra è finita, ma che ha lasciato parecchie vittime, con una ricostruzione non da compiere ma da continuare, seguendo la bussola dei nostri Padri costituenti: il legame fra solidarietà, responsabilità, senso civico, senso della misura. Se non si accetta di tornare ad una normalità e ad una pacificazione che sui social non è ancora possibile, tutto è perduto: "l'occasione per ampliare le conoscenze e dialogare con tanti per esprimere le proprie idee e ascoltare, con attenzione e rispetto, quelle degli altri, alle volte si trasforma invece in strumento per denigrare, anche deformando i fatti, ricorrendo a profili fittizi per alterare lo scambio di opinioni, ingenerare allarmi, trarre vantaggio dalla diffusione di notizie false". In altre parole, si fa politica slealmente, accentuando difficoltà reali e problemi veri per un incasso elettorale facile. Costruire sull'odio non è guardare al futuro: è restare agli anni Dieci, cioè a quel decennio che oggi Mattarella ci chiede di superare, "provando a guardare l'Italia dal di fuori, allargando lo sguardo oltre il consueto"; del resto, citando l'astronauta Parmitano, il Presidente della Repubblica ricorda che da una navicella spaziale si vede bene "quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo e raccolto". L'Italia non può dunque fingere di essere un mondo a parte, ma è solo una tessera di un mosaico molto più vasto, nel quale il Paese deve avere uno spazio fondamentale ma deve anche guadagnarselo ogni giorno. Lo può fare seguendo più strade. Sul piano politico, assicurando "il buon funzionamento delle pubbliche istituzioni, favorendo coesione sociale, con decisioni adeguate, efficaci, tempestive sui temi della vita concreta dei cittadini". Su quello della responsabilità individuale e collettiva, pubblica e privata, che rappresenta "il più forte presidio di libertà e di difesa dei princìpi su cui si fonda la Repubblica". Sulla fine - come si accennava - delle ostilità, per arginare "aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza" (come dice Mattarella citando un motto: "quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi"). Ma, soprattutto, sul piano della consapevolezza e della conoscenza. Il sapere (con la citazione del riconoscimento conferito a Parma, Capitale italiana della cultura per il 2020) è il nostro capitale, "un patrimonio inestimabile di idee e di energie per costruire il futuro". Un tesoro che deve essere disponibile per tutti, perché abbiamo bisogno di preparazione e competenze proprio quando "affiora la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi", a parlare prima di sapere (uno dei lasciti tossici del decennio appena concluso). Quando Mattarella, dal Quirinale, ci dice che "la speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere" ci indica una prospettiva: non quella dell'odio e del ripiegamento in un particolarismo e in una falsa idea di passato, ma quella di un'Italia che sa e può essere migliore (e che, in molti casi, fornisce ogni giorno ottima prova di ciò che può realizzare, con impegno e dedizione). La guerra è finita, è il tempo di ricostruire, con impegno. Lo dobbiamo ai nostri giovani, ma anche a noi stessi.