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EDITORIALE

Le due spade di Damocle che pendono su Salvini

di Vittorio Testa -

03 gennaio 2020, 08:52

Le due spade di Damocle che pendono su Salvini

Conta di avere dalla sua «l’aiuto di Dio e del cuore immacolato di Maria» per salvare l’Italia il  Matteo Salvini che chiude ogni sortita pubblica nel segno di un impeto fondamentalistico sconosciuto finora nel recente panorama politico, fatta eccezione di  un lontano accenno di Berlusconi a una reprimenda da parte dell’angelo custode rimproverante una mancata eucarestia domenicale.
 Era, sì, del Cavaliere, ma per questioni di calcio, anche la leggendaria supplica all’Onnipotente chiamato in campo da un Berlusconi trasceso nella cappella del Camp Nou di Barcellona e genuflesso a implorare l’invincibilità per il suo Milan nella finale di Coppa dei campioni del 1989 contro la Steaua di Bucarest. «Ho pregato: Signore Dio degli eserciti, dacci la forza di sconfiggere la squadra simbolo del male e della illibertà, fa che non prevalga l’ateismo comunista su di noi portatori dei valori del cristianesimo». Finì quattro a zero per il Milan, doppiette di Gullit e Van Basten. Non si sa quanto per intervento divino e quanto per la disattenzione della difesa rumena, forse impedita dall’Onnipotente o forse dalla propria improvvisa broccaggine. 
Un aiuto dal cielo non guasterebbe certo al leader della Lega per il quale questo mese di gennaio sarà determinante: il giorno 20 al Senato la Giunta per le immunità deciderà se Salvini dovrà o meno comparire in tribunale per rispondere dell’accusa di sequestro di persona nel caso della nave Gregoretti stipata da 141 migranti.

Dieci mesi prima, sempre Salvini essendo ministro dell’Interno, la stessa accusa gli era piombata addosso nell’analoga vicenda della nave Diciotti: ma allora i compagni di governo, gli allora solidali e soccorrevoli Conte e Di Maio l’avevano difeso e sottratto al processo, convincendo i tredici colleghi della Giunta a negare l’autorizzazione a procedere. Stavolta il quadro è finito a soqquadro: stroncato il governo ‘gialloverde’ proprio su iniziativa del Matteo leghista, i due antichi sodali si sono riuniti al timone del nuovo gabinetto Conte bis in alleanza con il Partito democratico. E adesso non vedono l’ora di far conoscere all’amico passato all’inimicizia dell’opposizione l’onta di un processo nel quale Salvini rischierebbe addirittura una condanna fino a 15 anni di carcere. Manca poco al ‘’redde rationem’ e la tensione aumenta. Poi il  26 gennaio saranno le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna a misurare il reale valore della Lega trainante Forza Italia e Fratelli d’Italia. Un successo nelle terre storicamente egemonizzate dalla sinistra sarebbe, secondo molti, la spinta determinante una crisi di governo e conseguenti elezioni anticipate. Sembrano essere queste due temibili prove il motivo della continua e acuita diuturna aggressività di un Salvini che, riconosciuto a  sé stesso  il merito di parole scomode, attinge al sarcasmo per criticare il presidente della Repubblica, classificando il messaggio di fine d’anno tra la rituale banalità  dei discorsi <più melliflui, più incolori, più indolori, più  insapori>. Un’uscita a  tal punto sprezzante da autorizzare la certezza di un attacco meditato per differenziarsi dentro lo stesso centrodestra o, meglio, destra centro. I due altri leader del quale hanno avuto parole di elegio nei confronti del Capo dello Stato, riconoscendone il ruolo di ‘super partes’ e apprezzando il richiamo all’unità del Paese per affrontare le tante emergenze nazionali. Berlusconi non ha più molto da chiedere alla politica e si  sta proponendo come padre nobile del moderatismo, nonché tutore di Salvini sullo scenario europeo. Giorgia Meloni, attenta a polemizzare senza acrimonia e a non cadere nel quotidiano bailamme del tutti contro tutti, ha acquisito credibilità sempre maggiore nell’opinione pubblica della destra, non più soltanto nella destra estrema bensì anche tra l’elettorato leghista scontento di Salvini e in quello ormai allo sbando di Forza Italia. Ora, tempo  un mese, e si vedrà se il tonitruantismo quotidiano praticato dal Matteo milanese,  nonché il periodico rito canzonatorio di Papa Francesco al quale il leader leghista si abbandona felice sui social, avranno dato i frutti sperati. O se invece questo tremendismo comiziante continuo, fatto di slogan e clamori senza costrutto- una sorta di eccitatorio alternato a sorridenti immagini del leader in posa affettuosa con la fidanzata al mare, in montagna, a cena o addirittura a letto- non si rivelerà altro che una scelta temeraria dall’esito finale autolesionista.