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Lo «strike» americano: ora si rischia l'effetto domino

05 gennaio 2020, 09:11

Lo «strike» americano: ora si rischia l'effetto domino

DOMENICO CACOPARDO   
Gli eventi che si susseguono in Iraq (dopo la «chirurgica» esecuzione di Qassem Soleimani, di sua nuora e di sei persone del seguito, tra i quali alti dirigenti Hezbollah, ieri un altro attacco americano ha distrutto una colonna di pasdaran in movimento a Nord di Bagdad), rendono necessario un ulteriore ragionamento dopo quello, centrato, di Paolo Ferrandi, ieri.
Accantoniamo per ora il grave problema Iraq, nel quale ci troviamo invischiati, vista la presenza di un contingente italiano con funzioni di istruzione delle truppe locali. Il caso è così grave e, per i possibili effetti, così rilevante da richiamare il riuscito attentato del 28 giugno 1914 a Serajevo, quando il giovane serbo-bosniaco (cristiano) Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico, e sua moglie Sofia. Un drammatico trauma che, vista la tensione esistente allora nei Balcani, dette il via alla Prima Guerra mondiale. Un riferimento apparso nella stampa internazionale, compresa quella americana che serve solo a mettere in luce la difficile gestione delle conseguenze. 
Qassim Soleimani non era soltanto uno dei massimi esponenti dei Pasdaran, la milizia islamica di supporto al regime degli Ayatollah, delegato a governare le operazioni esterne in Palestina, Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen. Era diventato il numero 2 del regime, accreditato di una prossima candidatura - voluta da Alì Khamenei, attuale «guida suprema» - come successore di Hassan Rouhani, il «moderato» attualmente presidente della repubblica islamica.

Per questa ragione, il «colpo» ha varie valenze: sfida direttamente l’oligarchia clericale (sciita) che governa l’Iran; costringe Khamenei e Rouhani a realizzare una reazione forte, come, del resto annunciato; colpisce al cuore il sistema iraniano, ramificato in tutto la scacchiere, le cui fila erano tirate da Soleimani. Un generale, fortemente integralista, intorno al quale è stato costruito il potere del suo paese e dell’integralismo sciita: si dice che i missili custoditi dagli Hezbollah nel Sud del Libano (zona presidiata dagli italiani) superino il numero di 10.000 e che tra essi siano qualche migliaio quelli capaci di raggiungere l’Europa; che le formazioni militari presenti in Siria in appoggio dell’alawuita (la frazione islamica insediata a Nord) presidente Bashar al-Assad, abbiano costituito il nerbo della guerra all’insorgenza sunnita, con il più elevato contributo di vite umane; che, insomma, l’uomo fosse un talentuoso sanguinario votato alla causa komeinista.
Non possiamo, peraltro, dimenticare che il disastro occidentale in Medio Oriente derivi grandemente dagli errori politici di Obama, aggravati dallo «stop and go» di Trump. In definitiva, la strategia che aveva governato la politica estera Usa dal 1946 puntava sulla costituzione di una rete molto ramificata di alleanze con stati o forze presenti nel territorio, che hanno e avrebbero evitato l’immediato confronto militare tra gli Usa e i loro avversari. Politica, spazzata via dall’11 settembre 2001 e dalla reazione di Bush. Sulla quale voglio ricordare che il ritorno al potere dei repubblicani, da Reagan in poi, è stato sempre preceduto da un’intensa preparazione culturale nei centri di ricerca legati alla destra, talché sia Reagan e che Bush, senjor e junior, disponevano di un ampio supporto di esperti formatisi nelle «think-tanks» conservatrici più autorevoli della nazione. Insomma, una dottrina politica sul ruolo e sul destino americano era sorta e dominava. 
Con Barack Obama, l’idealismo democraticistico aveva preso il sopravvento e dal suo discorso del 6 giugno 2009 all’università al-Azar del Cairo, hanno preso il via le rivolte che hanno sconvolto il Nord-Africa e la Siria, determinando il caos successivo. Trump, ora, si muove in modo improvvisato ed erratico, spinto da opposte pulsioni: neoisolazionismo e interventismo si alternano senza un disegno complessivo. 
Non possiamo dimenticare, peraltro, che l’uccisione di Soleimani è stata preceduta da una serie di attacchi terroristici - riportabili all’Iran - a impianti petroliferi e al traffico nello Stretto di Hormuz. E che, nelle scorse settimane, è stato dato il via a esercitazioni navali russo-cino-iraniane. A dimostrazione del fatto che la politica di Trump (secondo Biden «erratic, unstable and dangerously incompetent») riesce sempre a coalizzare gli avversari degli Usa e a isolare il suo paese.
Sono queste, sommariamente, le ragioni dei timori che si sono diffusi nel mondo. Il fatto stesso che Putin e Xi Jinping abbiano assunto il ruolo di pompieri, mostra quanta credibilità, prestigio e autorevolezza abbiano perso i nostri amici americani.

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