Sei in Editoriale

EDITORIALE

L'alcol alla guida e la coscienza perduta

di ANNA MARIA FERRARI -

08 gennaio 2020, 09:33

L'alcol alla guida e la coscienza perduta

Basta un attimo per uccidere, un attimo per morire. Pensiamoci prima di salire in macchina o quanto attraversiamo la strada: un istante da irresponsabili e la vita distrutta per sempre. Stefan Lerchner, l'operaio 27enne della Valle Aurina che ha ucciso sette ragazzi tedeschi, aveva il tasso alcolemico quattro volte superiore al consentito. «Non mi ero accorto di aver bevuto tanto», ha detto. A Senigallia, un automobilista ha scaraventato lontano venti metri e ucciso due amiche che camminavano di notte sul ciglio della strada. «Ho urtato qualcosa, venite»: quel «qualcosa» erano due persone. L'alcol rallenta i riflessi, riduce la visione laterale e la percezione del rischio. Quell'attimo vissuto da onnipotenti.
Fanno impressione, i numeri della strage. Negli ultimi tre mesi, i morti in incidenti sono stati 72, 232 i feriti gravi. Nel 2019, in Italia, 27mila i verbali per guida sotto l'effetto di alcol e droga. Nel 2018, 612 i pedoni uccisi. Perché non riusciamo a fermare questo bollettino di morte? Le leggi ci sono, esiste il limite di 0,5 grammi di alcol per litro di sangue, poi scattano le sanzioni. Due bicchieri per essere fuorilegge. E se bevi a cena, per smaltire l'alcol servono ore. Abbiamo anche auto più sicure, con frenata automatica, segnalazione di ostacoli, schermi digitali. Cosa manca? Certo, più pattuglie in strada e campagne informative. Ma soprattutto manca il senso di  responsabilità individuale. Noi che andiamo fuori a cena e ci mettiamo al volante con quel bicchiere di troppo. Siamo noi a fare cilecca, la nostra coscienza. Il senso di civiltà. Eppure basta un attimo per uccidere, un attimo per morire.