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EDITORIALE

Junior Cally a Sanremo: è il festival dell'ipocrisia

di FRANCESCO MONACO -

20 gennaio 2020, 09:07

Junior Cally a Sanremo: è il festival dell'ipocrisia

Alzi la mano chi (adolescenti esclusi), aveva mai sentito nominare fino a pochi giorni fa il rapper Junior Cally, al secolo Antonio Signore, 29enne romano di borgata dai seguenti segni particolari: il volto coperto da una maschera antigas (almeno fino all'agosto scorso, quando lo svelò in un  video) e i testi intrisi di violenza, disperazione e disagio metropolitano. Oggi è su tutte le prime pagine come un «ricercato» (guarda caso il titolo di un suo album), additato come pericolo pubblico numero uno da buona parte della classe politica, indignata per la sua inclusione tra i big di Sanremo. La sua colpa? Le frasi sessiste di alcuni suoi brani, in primis «Strega», dov'è fin troppo facile intuire con cosa fa rima il nome Gioia (ma che risale al 2017 e finora non aveva suscitato alcuno scandalo). L'attuale levata di scudi, così perentoria, potrebbe a questo punto precludergli il palco dell'Ariston, visto che il presidente della Rai Marcello Foa è stato costretto a intervenire parlando di «scelta eticamente inaccettabile» e chiamando in causa la direzione artistica del Festival «rea» di averlo selezionato. 
Fin qui il fatto del giorno (ne parliamo a pagina 48), che certamente vivrà di altre puntate fino al 4 febbraio. Però una serie di riflessioni s'impone, anche senza alcun intento di aprire ora un dibattito sulla libertà di espressione artistica (che resta sacra per chi scrive): semmai sull'anomalia tutta italiana rappresentata da Sanremo, vaso di Pandora al contrario che tutti i mali fa entrare purché se ne parli, al solo scopo di garantire alla Rai il massimo dell'audience nelle cinque fatidiche serate.
Basta andarsi a rileggere le raccolte del mese di gennaio degli ultimi dieci/quindici anni per ripercorrere le polemiche preventive che hanno caratterizzato ogni vigilia delle recenti edizioni:  la presenza del comico X, l'ingaggio del presentatore Y, il cachet dell'ospite Z, fino alla recente e imperdonabile gaffe di Amadeus sul «passo indietro delle donne». Una corsa al ribasso cui naturalmente non hanno saputo sottrarsi i politici che, anzi, con questa forma di facile visibilità a buon mercato sono andati a nozze. Che poi Sanremo sia diventato il festival dell'ipocrisia, è solo un'inevitabile conseguenza: il testo completo della canzone «No grazie», con la quale Junior Cally è stato selezionato da un'autorevole commissione, non sarà disponibile prima del 4 febbraio. 
La stampa «specializzata» ha potuto ascoltarla in anteprima qualche giorno fa, ovviamente insieme alle altre 21 in gara, e ne è stata evidenziata solo la chiave anti-populista. «Sarà una delle sorprese del festival, irriverente, sboccato, antipolitico», ha scritto un critico che va per la maggiore. Poi per le redazioni ha cominciato a girare una strofa che recita: «Spero si capisca che odio il razzista/ che pensa al paese ma è meglio il mojito/ e pure il liberista di centro sinistra/ che perde partite e rifonda il partito». E improvvisamente casca la maschera e tutti contro il diavolo che di cognome fa Signore: non sarà mica per quelle parole, anziché per le pur sacrosante (ma tardive) accuse di sessismo, che l'unione tra Junior Cally e Sanremo non s'ha da fare?