Sei in Editoriale

EDITORIALE

La battaglia del governatore e quegli errori di Salvini

28 gennaio 2020, 08:33

La battaglia  del governatore e quegli errori di Salvini

La concretezza dei programmi contro gli slogan elettorali. I numeri dei bilanci contro le trovate propagandistiche. E’ così che Stefano Bonaccini ha  fermato   la spallata  di Matteo Salvini. Nei giorni prima del voto, leggendo i sondaggi “clandestini” che giravano fra gli addetti ai lavori di entrambi gli schieramenti,  sembrava un’impresa.
La concretezza dei programmi contro gli slogan elettorali. I numeri dei bilanci contro le trovate propagandistiche. E’ così che Stefano Bonaccini ha  fermato   la spallata  di Matteo Salvini. Nei giorni prima del voto, leggendo i sondaggi “clandestini” che giravano fra gli addetti ai lavori di entrambi gli schieramenti,  sembrava un’impresa. E invece  Bonaccini ha vinto nettamente. E’ stato lui a rifilare la prima sconfitta elettorale al leader della Lega che negli ultimi sei anni, da  quando ha preso in mano il Carroccio, ha sempre raccolto buoni risultati nelle urne. La prima battuta d'arresto per Salvini è arrivata in Emilia Romagna.  Merito di Bonaccini, che ha sbagliato poco o nulla in questa campagna elettorale. Ma  anche un po’ demerito del capo della Lega, che invece ha sbagliato troppo. Dopo essere riuscito a fare della Lega il primo partito in regione alle ultime Europee, ha mancato l’occasione storica di  cambiare il colore politico di quella che è da sempre una roccaforte della sinistra. Ha confermato il vantaggio nelle zone più lontane da Bologna, come Parma e Piacenza o Rimini, ma è stato respinto il suo assalto al cuore “rosso”, e cioè a Reggio, Modena e Bologna.
Fin dall'inizio, Bonaccini si è dovuto caricare sulle spalle tutto il peso della sfida, temendo che il Pd e i suoi leader nazionali fossero troppo deboli per sostenerlo. Ha giocato  tutto in prima persona, parlando di quello che aveva fatto e  di quello che voleva fare per la Regione. Su qualche promessa  ha  calcato troppo la mano. Su qualche tema, come i punti nascita,  ha  fatto retromarcia su decisioni prese dalla propria giunta.  Però si è buttato nella mischia, ha fatto scelte anche coraggiose  e rischiose. E' tornato a fare  i comizi nelle piazze, che da tempo i leader della sinistra schivavano con terrore. Soprattutto ha dimostrato di conoscere ogni angolo della regione.  
 Matteo Salvini ha invece deciso di oscurare la propria candidata, Lucia Borgonzoni.  Ha macinato anche lui chilometri, con straordinario impegno, ha riempito anche lui le piazze. Ma -  è innegabile – ha calcato troppo la mano, cercando di trasformare le elezioni  in una sfida  solo politica oscurando, oltre alla Borgonzoni, anche i temi locali. Ma soprattutto ha dipinto una regione che non esiste.  Perché l’Emilia Romagna ha   sì tanti difetti.  E le giunte di sinistra, qualche volta,  invece di risolverli, questi difetti li hanno aggravati. Ma resta una delle regioni con la miglior qualità della vita, non solo d’Italia ma d’Europa, con indici economici  e sociali invidiabili. È giusto criticare gli errori  dei Dem e di chi governa da cinquant'anni. Ma sostenere che l'Emilia sia una regione dove ci si cura o si lavora solo se si ha  in tasca la tessera del Pd  suona irrealistico. Se non altro per il fatto che  ormai i tesserati del Pd, pure qui, sono  una specie in via di estinzione. 
Di fronte alle manifestazioni delle sardine contro il «pericolo leghista», Salvini ha deciso di calcare ancora di più la mano. Le immagini al citofono nel quartiere bolognese del Pilastro, o quelle con le mamme sul palco di Bibbiano ne sono l’esempio  lampante.  Un tentativo di drammatizzare che si è rivelato perdente. Perché è vero che  l’emergenza droga o i casi dei servizi sociali della Val d’Enza sono  gravissimi. Ma quello scelto da Salvini non è parso il modo migliore per affrontarli. Soprattutto non è il modo che può piacere  a quell’elettorato moderato che – è sempre bene ricordarselo – rappresenta il bacino decisivo da conquistare per avere la maggioranza dei consensi. Tanto più che poi, a Bibbiano e al Pilastro, la Lega è finita seconda e circa il quaranta per cento degli elettori ha scelto il Pd.
 Dall’altra parte, con la sua furia e la sua aggressività comunicativa, Salvini   ha avuto l’effetto di dare un senso e una giustificazione all’appello - un po’ confuso, a dir la verità -   arrivato dalle piazze delle sardine. Appello che ha richiamato al voto tanti elettori di sinistra delusi,  che negli ultimi anni avevano disertato le urne o avevano scelto i Cinque stelle. E così si spiega il risultato lusinghiero  e inaspettato raccolto dal Pd, che probabilmente va anche ben oltre le speranze dei suoi dirigenti. È il primo partito in regione (e anche a Parma città): pochi, davvero pochi, erano pronti a scommetterci alla vigilia.
Come l’altro Matteo  della politica italiana (Renzi) tre anni fa trasformò il referendum istituzionale in un referendum su se stesso, e non gli andò bene,  anche  Matteo Salvini ha cercato di trasformare queste elezioni in un plebiscito su di sé. E ha sbagliato anche lui. Rispetto a Renzi,  ha però un vantaggio: almeno per ora, nella Lega e nel centrodestra, non sembra esserci nessuno che abbia la forza di chiedergli conto dei suoi errori.