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EDITORIALE

I Dem esultano ma restano tante incognite

di Stefano Pileri -

29 gennaio 2020, 09:45

I Dem esultano  ma restano tante incognite

È comprensibile la gioia del Pd nazionale per il successo in Emilia Romagna. Comprensibile per lo scampato pericolo di fronte all’avanzata leghista. E comprensibile soprattutto perché questa non era una partita come le altre per il centrosinistra. L’Emilia Romagna è un suo baluardo storico. Detto questo, però, l’esultanza  dei leader nazionali del Pd sembra fuori luogo per vari motivi.
È comprensibile la gioia del Pd nazionale per il successo in Emilia Romagna. Comprensibile per lo scampato pericolo di fronte all’avanzata leghista. E comprensibile soprattutto per  il fatto che questa non era una partita come le altre per il centrosinistra. L’Emilia Romagna è un suo baluardo storico  ed è l’unica regione  non in mano al centrodestra nella parte più ricca e produttiva del Paese. Detto questo, però, l’esultanza  dei leader nazionali del Partito democratico sembra fuori luogo per vari motivi. Prima di tutto, perché  questa regione fino a cinque anni fa non era neanche lontanamente contendibile dal centrodestra. In altre parole, le elezioni regionali erano formalità senza storia in cui l’unica corsa appassionante era quella per le preferenze dei singoli consiglieri. Ma soprattutto perché questo successo è quasi tutto merito di Stefano Bonaccini. Verrebbe quasi da dire  che, per come si era messa all’inizio, il governatore ha vinto  nonostante i leader nazionali democratici  più che grazie a  loro. Di certo, a riportare alle urne il popolo della  sinistra, è stata più la mobilitazione delle sardine che gli appelli al voto degli esponenti Dem.
 Salvini e i suoi alleati hanno di certo i loro problemi, ma il Pd nei prossimi mesi ha davanti dei passaggi complicati e decisivi che deve assolutamente affrontare, se vuole anche solo sperare di poter tornare a competere con il centrodestra a livello nazionale. Prima di tutto, c’è   il problema di un  governo Conte   che sembra sempre vivacchiare e non brilla di certo. C’è il rapporto  complicato con il Movimento 5 Stelle, alleato ingombrante ma sempre più allo sbando. Tanto che da tempo Zingaretti sembra aver deciso di cercare il modo per svuotarlo lentamente, senza forzature e senza spaccature. Ma per fare questo, il Pd ha di fatto rinunciato a dettare la linea, a imporre una forte discontinuità programmatica a questo secondo esecutivo  Conte. Prima di questa vittoria in Emilia, aveva anche accettato di proporre una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Una  riforma che avrebbe l’effetto di mandare definitivamente in soffitta il bipolarismo e permetterebbe così ai  «cinque stelle»  di evitare di finire ai margini del confronto. Una rinuncia a quella «vocazione maggioritaria» con cui  il partito democratico di Prodi e Veltroni era nato.  E proprio Prodi  ha chiesto in queste ore a Zingaretti di mantenere le promesse di rinnovamento del partito fatte prima delle elezioni e  spalancare alla svelta le porte  alla società civile per  confrontarsi sui grandi temi della nostra epoca. Forse a Roma farebbero bene ad ascoltare il professore di Bologna, anche perché è uno che sa come si vincono le elezioni, visto che è l’unico  che ha battuto Berlusconi per  ben due volte.