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EDITORIALE

Brexit, tante incognite per europei e britannici

di Augusto Schianchi -

02 febbraio 2020, 10:43

Brexit, tante incognite per europei e britannici

Alla fine, dopo 3 anni e mezzo di discussioni accese, la Gran Bretagna è uscita formalmente dall’Unione Europea, dopo 47 anni di appartenenza. Va detto che essa non ne ha mai fatto parte nel proprio intimo, pur avendone sempre rispettate le regole. Nell’inconscio collettivo inglese permane l’idea di essere un’isola, vicina ma distaccata. Nel suo famoso discorso sull’Europa, Churchill immaginava un’Europa unita e forte, partner solida dell’Inghilterra, ma da questa separata. Come se la situazione creatasi alla fine della Seconda Guerra mondiale, con l’emergente guerra fredda, fosse un contesto geopolitico destinato a durare per sempre. Ma poi, nei primi anni ’80, è arrivata la Cina, dopo secoli di folle autoisolamento, con il suo programma di diventare ricchi, come tracciato dal successore di Mao, Deng Xiao Ping. È poi arrivato l’89, il Muro e l’impero sovietico sono caduti, ma soprattutto è arrivato internet, che ha trasformato i confini del mondo. Anzi li ha abbattuti.
Nel suo discorso di uscita dalla Ue, il premier inglese Boris Johnson (personaggio stravagante, ma straordinariamente abile), ha promesso una nuova alba, un’occasione per un cambio e rinnovamento totale, la nuova Global Britain, come le Grandi speranze di Dickens. Una sorta di nuovo faro, anzitutto per i vecchi alleati del Commonwealth, come Canada e Australia. (con l’India di Modì meglio lasciar perdere, per ora). In sintonia con l’antico alleato americano, (fidandosi di Trump?). In seguito, altri paesi, sull’onda del successo, si aggiungeranno.
 Ce la farà Boris? Noi, da vecchi spasimanti segreti della Regina, glielo auguriamo, Però… ci sono tanti però.
Oggi il Regno Unito è in difficoltà, anzitutto sul piano interno. La società civile è spezzata in due: tra i Brexiters (aristocratici à la Farage –intolleranti verso la supremazia giuridica della UE- la fascia di popolazione meno istruita della campagna, le persone anziane) ed i Remainers (i giovani ed i londinesi). Il nord del paese (la Scozia) è in crisi economica cronica e vuole separarsi per restare in Europa; nell’Irlanda del Nord cattolici e protestanti sono 50 e 50, e nel caso di referendum vincerebbe l’unificazione con l’Irlanda europea. Il sistema sanitario nazionale non regge più (e i costi di quella privata sono esorbitanti); i salari sono relativamente alti, ma gli affitti stratosferici; i debiti delle famiglie sono cresciuti, gli investimenti delle imprese bloccati. La sterlina ha perso valore dopo il referendum.
La Brexit è la fine dell’inizio. Adesso comincia il lavoro vero: ci sarà la trattativa con l’Europa per determinare i rapporti commerciali futuri. Si parte con la discussione sui diritti di pesca tra la Gran Bretagna e la Danimarca… immaginiamoci il resto. L’atteggiamento europeo è semplice, come in tutte le contrattazioni: noi vi diamo quello che voi ci date. Decidete voi. Non è un divorzio dove il giudice tutela il più debole; è un contratto alla pari. (Per inciso, magari la Brexit è un’eccellente occasione per l’Unione Europea per riflettere su stessa, dopo questi 60 anni trascorsi assieme).
Vedremo. Certo è che oggi nel mondo l’iniziativa globale è assegnata a due poli: Usa e Cina (coronavirus a parte, per ora). Il terzo polo, l’Europa, per ora è in posizione di attesa – difesa e contropiede, in perfetto stile italiano. Poi ci sono i comprimari: le grandi fabbriche come l’India o il Messico, i fornitori di energia come Russia e paesi arabi. Ci sarà lo spazio per un quarto polo di qualità e di peso, come Johnson immagina il Regno Unito? Oppure questo polo si ridurrà ad una Singapore in grande, che magari si arricchisce di riciclaggio ed elusione fiscale? Wait and see, aspettiamo e vediamo. 
Magari la prossima generazione anglosassone chiederà il ritorno nell’Unione Europea, ma si tratterà di un processo di decenni.
Chiudiamo riprendendo l’epigrafe di Per chi suona la campana:  «Nessun uomo è un’isola, intero a sé stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra…». Parole scritte da un grande poeta inglese, chierico della Chiesa Anglicana, John Donne ai primi albori della nascita dell’impero inglese. Chissà se Boris Johnson li ha riletti in queste settimane.