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EDITORIALE

Ansie e paure: sono tempi duri. Solo i giovani hanno l'antidoto

di Vittorio Testa -

03 febbraio 2020, 09:44

Ansie e paure: sono tempi duri. Solo i giovani hanno l'antidoto

Niente di peggio del terrore di una nuova pandemìa poteva capitarci in un momento di crisi a largo spettro come quello che stiamo vivendo in questi ultimi, interminabili dodici anni. Fino a ieri erano inquietanti immagini di lontane città deserte, svuotate da moltitudini bibliche in fuga con la mascherina bianca, come a sottolineare ancor più la disperazione di un esodo silente e annichilito davanti all’ennesima sconfitta dell’uomo tecnologico con la sua illusione di onnipotenza mandata in frantumi  dal virus. Ascoltiamo con timore le testimonianze di chi è rientrato dalla Cina.  Il governo dichiara lo stato di emergenza sanitaria, misura cautelativa ma che certifica la nostra vulnerabilità. E ora alla consueta razione di cattive notizie si  aggiungono ulteriori ansie e timori. Si contano i morti, il lessico della paura risuona termini angosciosi, contagio, quarantena, mistero sulle cause dell’insorgenza del  Coronavirus, piombato a risvegliare paure ancestrali radicate in noi fin da Adamo ed Eva. C’è un angolo buio nella nostra psiche in cui si è accumulata l’ansia e la disperazione di generazioni falcidiate dalle malattie infettive, colera, peste, sars, aids, mucca pazza e quant’altre. L’incedere inesorabile dell’epidemia Coronavirus partita dalla Cina e veicolata un po’ dappertutto scandisce il nostro tempo già flagellato da altri timori amplificati da televisioni, giornali, social. La crisi economica. La violenza coniugata in tutte le forme possibili. Femminicidi. Abusi su minori. Aggressioni a sfondo razziale. 

La psicosi dell’uomo nero musulmano che ci invaderà e imporrà valori e stili di vita opposti ai nostri. Anzi la certezza che l’invasione è già in atto, nei centri urbani ragazzi di colore occupano zone poi  trasformate in rivendita di droga a ragazzi… bianchi. Non sono tantissimi, e non ci si capacita del fatto che non si riesca a eliminare questa piaga che sta minando la convivenza con migliaia di immigrati regolari e laboriosi. ‘Esse est percipi’’ dice il filosofo: nell’epoca dell’ininterrotta comunicazione globale la percezione di un flusso di  notizie negative acuisce la sensazione di insicurezza, madre dell’aggressività. Una situazione difficile sulla quale grava anche l’incognita di quale futuro avranno i nostri figli, destinati ad ereditare i guasti compiuti da una società incattivita, intollerante e nichilista autolesiva distruttrice dell’ambiente. Il tutto vissuto con livore, dalla polemica politica diventata terreno di scontro all’arma bianca, al formarsi di gruppi estremisti percorsi da pulsioni  di odio e di rancore. Ogni argomento è motivo di scontro, subito ci si divide in due fazioni contrapposte che trovano nei social lo spazio per sfogare gli istinti più grevi. E in questo scenario di negatività le cose positive - le storie di generosità, gli slanci solidali, le capacità  imprenditoriali, i talenti e la creatività - vengono sopraffatte. C’è infine l’aspetto più doloroso, che è il disagio della condizione giovanile. A tal proposito, negli ultimi tempi sono entrati in scena  protagonisti e movimenti  che rivendicano il diritto ad avere in sorte un pianeta risanato dei nostri errori. In questo loro legittimo e forte bisogno di cambiamento sta la speranza di trovare la forza per costruire un mondo migliore.