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EDITORIALE

Coronavirus: l'antidoto della libertà di parola

di Paolo Ferrandi

di Paolo Ferrandi -

08 febbraio 2020, 09:32

Coronavirus: l'antidoto della libertà di parola

La morte del giovane medico cinese  Li Wenliang, colui  che per primo lanciò inascoltato l’allarme sul coronavirus, sta causando una vera e propria rivolta virtuale nella rete cinese. Naturalmente  per quanto possibile, perché internet a Pechino è costantemente monitorato dalle autorità e staccato dal resto della rete mondiale da un potentissimo «firewall», noto, per assonanza con la grande muraglia cinese, come il «grande firewall cinese». Su Weibo - simile a Twitter - e su WeChat - simile a WhatsApp - si moltiplicano i messaggi che hanno come hashtag #vogliolalibertàdiparola: una vera e propria sfida in un sistema autoritario come quello cinese.

Se l'allarme lanciato da Li Wenliang fosse stato ascoltato, la lotta contro il coronavirus sarebbe scattata prima e il contagio non si sarebbe diffuso in modo così veloce a Wuhan. Ma il giovane medico fu richiamato per l'allarme e accusato di creare il panico. La sua denuncia, basata sull'evidenza fornita dai sintomi dei malati che stava trattando, fu silenziata.  Così la vita continuò come al solito a Wuhan  e il virus si diffuse per giorni indisturbato, visto che le autorità non presero alcuna misura di profilassi.

Negli stati autoritari la diffusione delle informazioni è strettamente limitata e di solito avviene per via gerarchica.  Così nessuno, per paura di esserne ritenuto responsabile, passa le cattive notizie al grado superiore, anzi tende ad insabbiarle. Fino a che, come è avvenuto a Wuhan, l'enormità del problema rende impossibile nasconderlo. Allora si ricorre a drastiche misure d'emergenza. Ma i buoi, come da proverbio, sono già scappati.