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EDITORIALE

Ecco perché non torneremo a votare tanto presto

di Vittorio Testa -

10 febbraio 2020, 15:13

Ecco perché non torneremo a votare tanto presto

Indispensabili alleati,  i tre leader del centro-destra vivono la nevrosi di chi è maggioranza virtuale nei sondaggi ma non può tradurre in voti concreti la sua primazia teorica. E la recente delusione patita alle elezioni regionali da Matteo Salvini in Emilia-Romagna, nonché la disfatta subita da Berlusconi e non compensata dalla vittoria in Calabria, hanno squilibrato l’assetto dei rapporti di forza. Ora una Giorgia Meloni in crescita di consensi nella tornata bolognese, e in ascesa nei sondaggi, è legittimata a pretendere di uscire dalla condizione di minorità in cui l’hanno tenuta fin qui i due chiassosi -  e litigiosi -  alleati. La signora, caparbia e di una gentilezza puntuta, semplice e chiara nell’eloquio romanesco e nel comportamento, detta scherzosamente la «Thatcher de’ noantri», sta rivelando un’intelligenza politica e la capacità di porsi come  interlocutore affidabile. Ha un successo personale notevole, Giorgia Meloni. La visita a Trump e la conseguente sintonia con il presidente Usa - al contrario non entusiasta dei rapporti amichevoli di Salvini con Putin;  l’elogio del quotidiano francese «Le Monde»; la crescente stima nell’opinione pubblica moderata per la coerenza di una linea politica, forse di un solo orizzonte conservatore-reazionario, ma, al di là delle opinioni, linea netta e nemica dei compromessi; tutto questo attrae il consenso di chi è rimasto deluso: dal Cavaliere che non ha saputo e voluto formare un ceto politico pronto alla successione; e dal turbinoso empito, altisonante e grezzo nonché sempre minaccioso, di Matteo Salvini. Si vedranno gli effetti della nuova fase politica a cominciare dalla scelta dei candidati alle  prossime elezioni regionali nel mese di maggio. Ma sovrastante a tutto questo c’è un problema esiziale per il centro-destra; il problema si chiama legge elettorale. La strategia di Salvini era chiara: con  il referendum abrogativo del sistema proporzionale, si sarebbe verificato un forzoso ricorso al sistema maggioritario, tendente a creare un’alternativa secca da presentare agli elettori. E in fretta, magari con elezioni anticipate. Ma bocciata dall’alta Corte la prova referendaria,  ora  l’attuale Parlamento, che tra l’altro sembra volere tutto fuorché andare a casa, si dedicherà a coniare una legge elettorale iper-proporzionale. E, c’è da scommetterci, con uno sbarramento basso, al 4 per cento. Matteo Renzi ha creato Italia Viva ingaggiando 29 parlamentari alla camera e 17 senatori fuorusciti dal Pd. Berlusconi, abbandonati i sogni di presidenzialismo, ha 97 seggi alla Camera e 61 senatori. Il Movimento 5stelle,  pur perdendone 15, conta su 207 seggi a Montecitorio e 98 a Palazzo Madama. Si tratta di numeri determinanti. Se si votasse a breve con l’attuale sistema elettorale, quei seggi s’involerebbero a decine. Meglio, molto meglio non farsi prendere dalla fregola del voto, e aspettare la fine della legislatura. Tanto una maggioranza la si trova comunque in un Parlamento che ha votato in breve tempo la fiducia a un governo di centrodestra e l’indomani a una coalizione di centrosinistra: entrambi presieduti dallo stesso premier. Un Parlamento nel quale sono ricominciati i cambi di casacca. Siamo a quota 100. Ed è solo l’inizio.