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EDITORIALE

L'anello più debole è sempre il nostro

di Aldo Tagliaferro -

10 febbraio 2020, 15:19

L'anello più debole è sempre il nostro

di Aldo Tagliaferro

Le vacanze sono finite. La seconda economia mondiale oggi riapre i battenti al termine delle festività prolungate per arginare la diffusione del Coronavirus. O meglio, dovrebbe riaprire: alcuni stabilimenti, come quello di Tesla, hanno già annunciato la ripresa delle attività, ma Toyota resterà ferma fino al 16 e molti punti vendita di Apple (tanto per citare un altro big) resteranno chiusi almeno fino al 15. L'emergenza non è finita, i pericoli non sono scongiurati, la autorità sanitarie cinesi non possono ancora garantire la piena operatività della macchina economica. E l'incertezza pesa: sui mercati, sulle aziende, sui conti pubblici, in buona sostanza sul Pil mondiale.

In queste pagine ci occupiamo proprio dell'impatto del virus cinese che rischia di «contagiare» un quadro macroeconomico tutt'altro che semplice perché sullo sfondo restano la questione dei dazi che contrappone Stati Uniti e Cina, i dubbi relativi al tipo di Brexit che si verrà a configurare, i segnali di rallentamento che hanno spinto il Fondo monetario internazionale ancor prima dell'esplosione dell'epidemia a tagliare le stime di crescita mondiali sia per il 2020 che per il 2021. Certo, il Pil mondiale a fine gennaio era  ancora previsto in crescita del 3,3% quest’anno e del 3,4% il prossimo (rispettivamente 0,1 e 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti previsioni) ma le incognite legate al coronavirus pongono interrogativi inquietanti.

Non illudiamoci che gli impianti si fermino solo in Cina: le catene di valore sempre più lunghe e interconnesse non possono tollerare in maniera indolore uno stop anche se si verifica  a qualche fuso orario di distanza. L'automotive, che ha proprio nella zona di Wuhan una delle aree strategiche, sta subendo ripercussioni pesanti, con Fca che si vedrà probabilmente costretta a chiudere uno stabilimento del vecchio continente perché alcuni fornitori non sono in grado di rifornire le linee di montaggio europee. E se l'economia mondiale vive con il fiato sospeso, figuriamoci lo stato di salute dell'Italia, la cui salute è cronicamente cagionevole.
L'ultimo a suonare il campanello d'allarme è stato sabato scorso al convegno Assiom-Forex il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco che ha parlato di «rilevanti rischi al ribasso» aggravati proprio dal coronavirus e suggerendo al governo maggiori investimenti pubblici e la riduzione di quegli ostacoli che frenano anche gli investimenti privati. 
Permetteteci di non essere particolarmente ottimisti: le voci che circolano nelle ultime ore su un rincaro dell'Iva per hotel e ristoranti (per recuperare risorse da dedicare al taglio dell'Irpef) proprio nel momento in cui il coronavirus mette in ginocchio l'industria del turismo, non sembrano esattamente la risposta ideale. Così come allo stucchevole muro contro muro all'interno della maggioranza sulla prescrizione preferiremmo un dibattito serrato sulle iniezioni necessarie a uscire dalla palude della stagnazione.

D'accordo, noi stiamo peggio di altri (siamo il Paese europeo che è cresciuto meno dalla grande crisi del 2008), ma il problema è di tutti; una stima esatta dell'impatto del coronavirus sul Pil mondiale non è al momento quantificabile. Si naviga a vista: la mappa delle riaperture degli stabilimenti è a macchia di leopardo, il ritorno alla normalità negli scambi è lungi da essere ripristinato, il calo dei consumi soprattutto di beni di lusso in Cina è drammatico; aggiungiamoci la variabile impazzita delle reazioni di Donald Trump che, nonostante la mano tesa di Pechino, potrebbero essere - come spesso accade - scomposte e peggiorare il quadro anziché aiutare un ammorbidimento delle relazioni con la Cina. Le stime sulla crescita del Dragone nel 2020 sono di una riduzione del Pil di almeno lo 0,7%, ma c'è anche chi parla del 2%. Non è una buona notizia per nessuno, per noi ancora meno.