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EDITORIALE

L'influenza del coronavirus sulla Cina e su tutti noi

di AUGUSTO SCHIANCHI -

11 febbraio 2020, 08:41

L'influenza del coronavirus sulla Cina e su tutti noi

Il coronavirus ha finito per gettare il mondo in una condizione di profonda incertezza, perché il Governo cinese è stato lento nella sua comunicazione (è cominciato in dicembre, ma è stato comunicato ai primi di gennaio), e lo ha fatto in modo contraddittorio. Il virus si è poi diffuso in modo esponenziale, e si sta estendendo al di fuori della regione originaria, Wuhan, e anche all’estero. Per ora è comunque relativamente contenuto (quanti saranno i casi non denunciati?), ma le previsioni della sua estensione sono impossibili, e nessun vaccino sarà probabilmente a disposizione in tempi brevi. Dicono le statistiche, per analogia, che l’influenza invernale del 2017-18, negli Stati Uniti ha contagiato 45 milioni di americani con 61000 morti. Come l’intera Guerra del Vietnam. In Italia si parla 6/8000 morti annue per influenza.
Inevitabilmente il virus avrà effetti economici. L’economia cinese vale un quinto dell’economia mondiale, e la sua crescita è fondamentale per trainare la crescita mondiale. Le catene di produzione globali, dai cellulari alle auto,  sono inevitabilmente rallentate con effetti in tutto il mondo. I turisti cinesi sono fondamentali per il turismo globale, il loro mancato arrivo segnerà in negativo anche i flussi in Italia.
Ma il virus avrà influenza anche per la politica interna della Cina. Non è certo che Xi Jinping supererà la crisi indenne nei suoi poteri. La tesi cinese è che in questo mondo «confuso», i governi autoritari (con un unico partito al governo) e meritocratici (Xi è anzitutto un qualificato ingegnere), assai meglio dei governi democratici, vinceranno, perché sono più efficienti nel prendere nei momenti critici le loro decisioni. 
Questa crisi ha messo in evidenza i limiti profondi dell’autoritarismo dei governi, dell’uomo solo al comando. Le non-verità nell’informazione, la non trasparenza, gli inevitabili ritardi, il voler nascondere i problemi per salvaguardare il partito e la fede nei suoi dirigenti (ovviamente impegnati nel salvaguardare le proprie poltrone con i relativi benefit), si traducono inevitabilmente nella perdita di fiducia della gente comune, il popolo che li ha eletti. Nel tempo della crisi, se manca la fiducia, ognuno si rifugia in stesso, nella speranza almeno di salvarsi da solo, perché là fuori il partito non ti salva.
Magari all’origine c’era anche la buona intenzione di non creare panico, ma una volta scoperta la verità, non ci sono più argini all’immediato dissolversi del rapporto fiduciario tra i governati e propri leaders. Gorbaciov ha ribadito più volte che l’allora Unione sovietica ha cominciato a morire a Chernobil. Questa perdita di fiducia porta alla perdita della coesione sociale, che è il fattore di successo per affrontare le grandi disgrazie collettive.
Il coronavirus non è il primo caso, dopo Sars, Mers, Nipah, Zika… e non sarà certo l’ultimo. E questo ci dà il senso della nostra precarietà. Basta il soffio di un pipistrello e un mercatino agricolo affollato, immutato da secoli (e purtroppo poco sicuro sul piano sanitario). In aggiunta un clima globale che si riscalda, agevolando la diffusione di questo tipo d’infezioni, e tutto può cambiare. 
Dovremmo essere consapevoli della nostra precarietà, e per questo prenderci maggior cura del nostro piccolo mondo, che può tremare per il soffio di un pipistrello.