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EDITORIALE

Quel treno deragliato e i tempi della giustizia

di Domenico Cacopardo -

12 febbraio 2020, 10:50

Quel treno  deragliato  e i tempi  della giustizia

Un’occhiata ai monitor della stazione di Parma induce allo sconforto: saltuari viaggiatori e pendolari alle prese - chissà per quanto - con ritardi seri, tali da sconvolgere consolidate abitudini e sveglie antelucane.
La causa è presto detta: giovedì 6 settembre, il treno Freccia Rossa Milano-Salerno, intorno alle 5 e 10, è deragliato nei pressi di Ospedaletto Lodigiano: 2 morti (i macchinisti) e 31 feriti. La causa, indiscussa, è il posizionamento erroneo di uno scambio che ha determinato l’uscita dai binari del convoglio, lanciato ad alta velocità.
Il disastro ha provocato l’interruzione della linea nei due sensi e costretto Trenitalia a instradare i treni sulla vecchia linea Milano-Piacenza, determinando ritardi superiori all’ora, un colpo alla gestione del percorso più frequentato del Paese, e, ovviamente, il più ricco per i ricavi di gestione e per gli utili indiretti destinati agli utenti. 
I tecnici delle ferrovie, dopo l’evento, hanno dichiarato che in un paio di giorni, la linea sarebbe stata riattivata.
La situazione, invece, è del tutto cambiata. Infatti, il sequestro del sito, disposto dalla procura della Repubblica di Lodi, ha obbligato Trenitalia all’inazione, tanto che le costosissime gru inviate sul posto per sgombrare i resti del treno deragliato, fanno bella mostra di sé a debita distanza: non possono avvicinarsi.
Oggi, si parla di un paio di settimane (ancora) per la riattivazione della linea, per esigenze di giustizia.

Se ci fosse voluta una prova concreta dell’inefficienza del sistema giudiziario nazionale, il caso di Ospedaletto Lodigiano (con quello del Ponte Morandi di Genova: inchiesta non ancora completata e, quindi, rinvio a giudizio di là da venire) è il plateale paradigma di ciò che nel mondo occidentale non si può fare. Non si possono infatti bloccare le relazioni di trasporto oltre il minimo necessario; non si può attendere la nomina dei periti giudiziari (prevista per ieri) oltre il minimo necessario; non si possono ignorare le conseguenze economiche dell’interruzione e della indefinita attesa.
Certo, la procura di Lodi non ha operato né opera a capriccio o neghittosamente. La procura sa che i rilievi non condotti alla presenza delle parti lese e della difesa non sono utilizzabili in dibattimento. E, quindi, si regola in conseguenza, prendendo tempo per individuare le professionalità interessate e le persone medesime dei periti.
Eppure, oggi, sono disponibili tecnologie capaci di rilevare con esattezza totale lo stato dei luoghi. Tecnologie capaci di riprodurre in scala la zona dell’evento e tutti i particolari che un giorno non tanto vicino saranno rilevati dai consulenti tecnici d’ufficio e delle parti. Pochi minuti, bastano per riprodurre la Laguna di Venezia in 3 dimensioni.
Ebbene, nonostante tutto ciò, nessuna accelerazione è stata possibile: si è dovuto affrontare il caso con lo stesso metodo con il quale si affronta un sinistro dalle conseguenze trascurabili. 
Qui, invece, è coinvolta la contabilità nazionale. C’è da valutare il costo dell’interruzione (oltre che del disastro) per il Paese. Invece il sistema dell’aratro a chiodo rimane, purtroppo, fisso, immutabile. 
Una condanna biblica.