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EDITORIALE

Stati Uniti: Trump favorito nella corsa alla presidenza

di Augusto Schianchi -

15 febbraio 2020, 08:44

Stati Uniti: Trump favorito  nella corsa alla presidenza

Negli Stati Uniti la maratona elettorale per la scelta dei candidati è iniziata con le primarie. Alla fine -a novembre- vincerà Trump, più per demerito degli altri che per merito proprio. Gli altri - i Democratici - sono divisi tra un anziano signore (78 anni, con un infarto sul curriculum vitae), dichiarato socialista ed un programma radicaleggiante, ed un giovane sconosciuto, moderato, dal nome impronunciabile, già sindaco di una piccola città. Oltre ad una schiera di altri rivali che al momento appaiono alternanti in seconda fila. 
In attesa dell’ingresso ufficiale nella corsa elettorale di Mike Bloomberg, con un patrimonio personale di 60 miliardi di dollari, che ha già speso 400 milioni nell’autopresentazione della prossima candidatura, già sindaco repubblicano di New York, poi indipendente, oggi aspirante candidato per i Democratici. La domanda ovvia è: ma la sinistra democratica, con i giovani in prima fila, potrebbe votare Bloomberg? Rimangono forti dubbi. 
Certamente Bloomberg è sostenuto dai poteri forti (il cosiddetto deep state, alti funzionari pubblici, Ceo delle grandi corporations, giornalisti di prestigio). Bloomberg è un candidato di elevato standing, ma l’America non è New York (come la Gran Bretagna non è Londra), e non lo sono nemmeno le comunità intellettuali della West Coast. L’America è la middle America, quella dei latinos, degli immigrati, delle piccole congregazioni protestanti che pensano che Trump sia stato mandato da Dio.

Queste persone non distinguono leggi ed economia,  queste persone cercano protezione: dalla globalizzazione che taglia i posti di lavoro, dai nuovi immigrati illegali che rubano il lavoro concorrendo al ribasso sui salari.
Certamente Trump ha ottime carte per chiedere i voti per il rinnovo.
Il Pil continua a crescere dal 2010, senza recessioni; cresce il numero dei lavoratori occupati, il tasso di disoccupazione è sotto il 4 percento; soprattutto la Borsa ha volato, sostenendo non solo le ricchezze individuali dei supericchi, ma anche il valore dei Fondi pensione dei lavoratori.
Ma la storia della presidenza Trump (purtroppo) non finisce qua. Esiste un’America   sociale della classe media che si sta frantumando. Lo dicono le statistiche. La speranza di vita in America, già più bassa che in Europa, è ulteriormente scesa con Trump, e tra i cinquantenni la mortalità è al livello più elevato dalla seconda guerra mondiale. Le persone non coperte da assicurazione sanitaria, è salita dal 10.9 al 13.7 percento. I decessi «per disperazione» (alcol, droga e suicidi) sono quadruplicati rispetto al 1999. Due milioni di persone sono in carcere (tecnicamente non sono disoccupati). Le tasse sono diminuite solo per l’un per cento dei più ricchi, ma sono aumentate per le classi intermedie. Il salario medio reale  è ancora del 3 per cento al disotto di quello di 40 anni fa. I lavoratori di colore guadagnano meno dei 3 quarti di un lavoratore bianco.
Sul fronte finanziario è vero che la Borsa ha raggiunto i nuovi massimi storici, ma questo si spiega anche con l’acquisto per 800 miliardi di dollari di azioni proprie da parte delle aziende più profittevoli. Soprattutto Trump ha portato il disavanzo pubblico a mille miliardi di dollari pari al 5 per cento del Pil. (Anzi: ottenere una crescita del 2% con un disavanzo del 5%, non è una gran risultato!). Gli Usa si indebitano per 500 miliardi l’anno, con un aumento del 10 per cento in un solo anno. Rimangono il paese più indebitato al mondo.
Trump vincerà, ma sussistono forti dubbi che questo successo sarà nell’interesse a lungo termine degli Stati Uniti stessi, e dei suoi storici alleati europei.