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EDITORIALE

Le vere ragioni della crisi del Conte II

di Domenico Cacopardo -

16 febbraio 2020, 09:41

Le vere ragioni della crisi del Conte II

Viviamo in una nazione che, da decenni, sprofonda nelle classifiche essenziali come la produttività, lo sviluppo, l’occupazione, l’inquinamento atmosferico. E dobbiamo scoprire che il sistema politico non solo è separato migliaia di miglia dalla realtà del Paese, ma opera per deprimerlo ulteriormente, per azzerare i talenti della nostra gente, cercando di renderla sempre più succuba e tributaria dei pubblici poteri. Un esempio, le nuove normative sulle srl, approvate durante il governo Conte I e di recente entrate in vigore. Senza entrare nelle tecnicalità, va ricordato che il sistema delle Pmi (Piccola Media impresa) è fondamentale per il sistema economico nazionale, costituendone l’ossatura portante. 
Ebbene, le novità in vigore prevedono che i creditori possano direttamente attaccare gli amministratori senza lo scudo della responsabilità limitata. Perciò (e la norma è in perfetta coerenza con l’assenza di prescrizione) se il patrimonio di una Pmi si dissolve non per colpa dei suoi amministratori - cioè senza malversazioni - egualmente questi ultimi saranno perseguibili (e, dopo di loro, i loro eredi) dai creditori dell’impresa. 
Di più: le nuove norme introducono l’obbligo per queste imprese di dotarsi di un sistema di monitoraggio d’equilibrio patrimoniale e finanziario, con uno specifico alert nel caso di peggioramento dei parametri. Questo significa, imporre un rating per ogni Pmi, che si aggiunge al monitoraggio che fisiologicamente realizzano le banche.

Secondo gli esperti, basterà quindi che una srl, non sull’orlo del default, manifesti un alert di debolezza perché il sistema bancario si blocchi: si creerà così un circuito vizioso per il quale momenti di difficoltà, dovuti al mercato, al cambiamento di processi o di prodotti, potranno di per sé portare l’azienda al fallimento e i suoi amministratori a processo. Le conseguenze sono presto dette: gli stranieri lasciano i consigli di amministrazione, gli italiani tentano di non entrarci. Per le imprese, staticità assoluta, con divieto di correre l’alea, caratteristica fondamentale dell’imprenditore.
Su questo terreno minato e dissestato opera il governo Conte II come se fosse a capo di una nazione normale, nella quale vigessero le regole del capitalismo liberale moderno e fosse soltanto necessario impostare un futuro meraviglioso di sviluppo e piena occupazione. Lo stesso governo che, per mano e forza politica del suo ministro della giustizia Bonafede (nella passata composizione), ha già devastato il sistema Pmi e ora aggrava i problemi del sistema penale. 
In questi giorni, è stato presentato un mirabolante programma decennale di interventi per il Sud, nel quale sarebbe compresa l’Alta velocità da Salerno a Reggio Calabria. Il primo ministro è giunto a sostenere che è la prima volta che un governo pensa in modo così impegnativo al futuro. 
Per il vero, ci vorrebbe -per lui- un breve ripasso di storia patria per constatare che è dagli anni ’60 dello scorso secolo che lo Stato italiano si è dotato di strumenti di programmazione pluriennale, con l’accortezza di accompagnarli a un Fondo per investimenti che veniva attivato anno per anno. Del che, nel momento attuale ci si dovrebbe occupare, visto che oltre 100 miliardi di euro di opere ritenute importanti rimangono nei depositi delle tesorerie dello Stato, in attesa di sblocco.
 Queste sono le ragioni fondamentali che rendono il governo traballante e senza un sicuro avvenire. Queste, insieme ai vizi d’origine, le ragioni cioè che hanno determinato i partiti della coalizione a mettersi insieme: per i 5Stelle l’esigenza di sopravvivere; per il Pd (non ancora scisso) la necessità di impedire a Salvini di andare al potere; per Leu, una fisica sussistenza. Nessun programma. Ed è tanto vero che, in questi giorni, si cerca di metterne insieme uno, sommando proposte e richieste dei ministeri. Metodo notoriamente sbagliato, in assenza di 3 o 4 principi guida cui conformarsi.
I media sostengono che il pericolo di crisi sarebbe scongiurato e che Renzi avrebbe rinfoderato le armi.
La realtà è che la crisi è in essere e solo chi non vuol vederla non la vede. E che basterà un innesco, anche minimo, per farla deflagrare. Anche dopodomani, martedì, quando in Parlamento si discuterà di intercettazioni.


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