Sei in Editoriale

EDITORIALE

Renzi tenta di fermare l'ipotesi Conte per il Quirinale

di DOMENICO CACOPARDO -

22 febbraio 2020, 08:48

Renzi tenta di fermare l'ipotesi Conte per il Quirinale

Il caso, sotto forma - oggi - di contagi da Covid-19 (più noto come corona-virus), si è incaricato di distogliere l’attenzione degli italiani dallo stato del governo Conte II. Un tema cruciale, rispetto al quale si sono sbizzarrite le ipotesi, centrate in prevalenza sugli aspetti meno sostanziali della contesa. 
A dire il vero, Matteo Renzi, al netto di una caratterialità che sfiora l’autolesionismo, ha attaccato Conte e il suo governo su un tema «sensibile» come la prescrizione, aggiungendo una più vasta area di critiche: investimenti, reddito di cittadinanza, autostrade. Insomma, ha indirizzato la prua su scelte care ai 5 Stelle, bypassando il Pd, che, rispetto ai grillini, ha mostrato e mostra una imprevista acquiescenza.
Poiché Matteo Renzi è persona razionale, ho cercato di mettere l’orecchio per terra negli ambienti romani e di analizzare le sue parole e i suoi passi, ricavandone la sensazione -indiziaria- che vi consegno. 
Se non si colloca l’attuale stato dell’arte nella prospettiva del 2022, non si riesce a comprendere la tempistica delle mosse che stanno agitando la navigazione sempre difficile del gabinetto Conte II. Nel 2022 sarà eletto il nuovo presidente della Repubblica e le cose si stanno mettendo verso un’elezione affidata all’attuale Parlamento. 
Come un corridore ciclistico, alcuni chilometri prima del traguardo, cerca di prendere la posizione più adatta per la successiva volata, così Renzi si sta portando avanti con il lavoro. 
Ha attaccato e ripetutamente attacca Giuseppe Conte. Al di là del profilo politico del primo ministro, tutto da scoprire, visto che in questi mesi s’è distinto soprattutto per capacità di manovra, si deve considerare probabile, che rimanendo a Palazzo Chigi sino alle presidenziali, il premier diventi il più autorevole candidato al Quirinale. Conterebbe sulla maggioranza relativa dei grandi elettori (i grillini) e, molto probabilmente, sui voti del Pd. Essendo il titolare della presidenza del consiglio, non gli riuscirebbe difficile raccogliere i voti che gli mancano per una sicura maggioranza. 
Quando Matteo Salvini, nell’agosto scorso, ha abbandonato la navicella governativa, ha puntato a elezioni anticipate che nessuno gli avrebbe dato o gli darà. Sarebbe stato meglio per lui e per il suo partito rimanere nel governo e col governo, ancorché in continua fibrillazione, gestire il consenso elettorale, allargato dalle elezioni europee. 
Ieri, tuttavia, si sono materializzati gli altri due indizi: Renzi ha ventilato l’ipotesi di un governo istituzionale con tutti i partiti (in particolare la Lega) dentro o, quanto meno, in maggioranza. Di fatto uno sdoganamento dei rapporti con il partito di Salvini con l’ipotesi di un gioco a tutto campo. Il secondo indizio, ancora più pregnante, è una cauta «nomination» di Mario Draghi per la direzione di un governo istituzionale.
Se, come è certo, Renzi punta all’estromissione di Conte dal governo, la tattica adottata è la più idonea per ottenere il risultato. Va anche tenuto conto che se Salvini aderisse all’ipotesi rimuoverebbe così gli ostacoli che si oppongono ancora a un suo governo: votando Draghi (che diventerebbe lui il più autorevole candidato al Quirinale) si riqualificherebbe come ragionevole interprete delle esigenze nazionali. Antieuropeismo e sovranismo attenuati, per una posizione di destra moderata e nazionale.
Perciò -e Giorgetti l’ha compreso benissimo- dipende anche dalla Lega l’evoluzione del confronto.
Sullo sfondo, la stagnante atmosfera romana, nella quale nessuno, tranne Renzi, vuole uscire allo scoperto.

www.cacopardo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA