Sei in Editoriale

EDITORIALE

Ma l'epidemia non è la terza guerra mondiale

di Claudio Rinaldi -

26 febbraio 2020, 08:58

Ma l'epidemia non è la terza guerra mondiale

L’emergenza coronavirus non è lo scoppio della terza guerra mondiale. È il caso di precisarlo, visto come tanti – a Parma, in Italia, ovunque – stanno reagendo al propagarsi dell’epidemia. Lo dicono i numeri e, soprattutto, lo dicono gli scienziati, i soli di cui è bene fidarsi: per la gran parte dei casi (80-85%) il Covid-19 è come una banale influenza, dalla quale si guarisce con cure altrettanto banali e senza aver affatto bisogno di un ricovero in ospedale. Nel 15% dei casi si può andare incontro a complicazioni respiratorie, anche gravi: specialmente gli anziani e chi soffre di patologie pre-esistenti serie. Il tasso di mortalità si aggira intorno al 2% (ma scende allo 0,7% fuori Wuhan): nulla di paragonabile alla Sars (mortalità intorno al 10%) o addirittura al virus dell’Ebola (40-50%).
È giusto, è sacrosanto aver posto la massima attenzione e intrapreso tutte le iniziative per ridurre al minimo i rischi per la popolazione e contenere al massimo il contagio. Ma non è né giusta né razionale la reazione di psicosi collettiva che ha colpito tanti. Vedere le strade semideserte, leggere di disdette a raffica di viaggi, sapere di alberghi completamente vuoti non è normale, né comprensibile: è allarmismo ingiustificato. Ancora meno razionali sono gli assalti ai supermercati, con scene da fine del mondo, carrelli ricolmi di pacchi e scatole di ogni tipo.
L’errore da non fare è perdere la testa, farsi prendere dal panico.
Anche il tonfo di lunedì delle Borse e l’impennata della quotazione dell’oro sono frutto di reazioni umanamente comprensibili ma niente affatto razionali. In un momento in cui, invece, il sistema Paese ha bisogno di razionalità: in primis, le aziende, che da questo impatto negativo e da certe reazioni scomposte rischiano di subire un colpo di grazia, tra sedi chiuse nelle zone più colpite dal contagio, problemi di approvvigionamento di materie prime e di produzione e difficoltà di spostamenti di uomini e merci.
Un conto è alzare barriere contro il virus, un altro paralizzare intere regioni, per di più quelle a più alto tasso di produttività. Di nuovo: è indispensabile ragionare con la testa, non con la pancia. Affidandosi a chi ha competenza e autorevolezza per studiare il virus e i sistemi per combatterlo e fidandosi del sistema sanitario nazionale, che è in grado di fronteggiare emergenze come questa. Lo screening che è stato attuato è di alto livello, molto probabilmente migliore di quello adottato negli altri Paesi: e infatti non sono pochi gli scienziati convinti che i casi individuati in Italia siano tanti proprio grazie ai controlli scrupolosi che vengono eseguiti. 
claudio.rinaldi@gazzettadiparma.it