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Il bilancio dell'Ue e il dibattito sul suo futuro

27 febbraio 2020, 08:43

Il bilancio dell'Ue e il dibattito sul suo futuro

AUGUSTO SCHIANCHI

 È in corso a Bruxelles la discussione tra i primi ministri dell’Unione europea sul prossimo bilancio settennale dell’Unione. La controversia è molto forte, ma poiché l’oggetto del contendere è molto modesto (il bilancio europeo ammonta all’1% del Pil europeo), questo è un segno evidente che il problema vero di cui si discute è un altro: cioè quale futuro per l’Unione europea.
Questo in un momento non felice per l’economia europea. L’Europa, con i dati del quarto trimestre del 2019, è entrata in una fase di stagnazione con crescita media all’1 per cento. Non solo, ma gettando lo sguardo sull’anno in corso, non possiamo essere ottimisti, con il coronavirus e la Cina in grande ritirata. Questo non solo per l’Italia, che rimane come al solito ormai da un ventennio l’ultima del gruppo, ma soprattutto per la Germania, traino dell’economia europea, in forte crisi con le proprie esportazioni, e sempre molto cauta con l’adozione di politiche fiscali espansive. Segnali positivi sono la ripresa della Grecia, che crescerà oltre il 2%, e la Spagna che è riuscita, seppur di poco, a ridurre il proprio rapporto debito/Pil.
Sottostante la controversia sul bilancio europeo, è riemersa una prospettiva divergente per il futuro dell’Europa tra Francia e Germania, alimentata anche dall’uscita della Gran Bretagna, che aveva una funzione di mediazione pro-Germania. Da un lato, la Francia con Macron immagina un’Europa che combatte a livello globale 

per una quota della leadership mondiale, nel rispetto della potenza di Stati Uniti e Cina, ma alla continua ricerca di uno spazio proprio di indipendenza e di autonomia. Dall’altro lato la Germania, afflitta dai rigurgiti neonazisti, in attesa di trovare un leader che succeda alla Merkel, nella previsione di una grande coalizione con i Verdi, Germania che aspira a fare dell’Europa una sorta di grande Svizzera, senza pretese di leadership, che vive d’intermediazione tra i grandi nemici americano e cinese. Due prospettive molto diverse. 
E l’Italia cosa fa in questo frangente? Il presidente Conte ha promesso battaglia, ovviamente con l’obiettivo che eventuali margini maggiori nel bilancio europeo si traducano in nuovi trasferimenti all’Italia per un nuovo tentativo di rilancio dell’economia italiana.
Purtroppo questo è un gioco che difficilmente andrà a buon fine, per la semplice e tragica ragione che in questi ultimi 15 anni, l’Italia non è mai cresciuta come PIL, con un debito pubblico in costante aumento, che oggi ha superato i 2.400 miliardi. Questo ha contribuito ad azzerare la credibilità europea dei politici italiani, a parte l’enorme stima nei confronti di singole personalità come ad esempio quella di Draghi.
Il rituale di comportamento dei nostri politici è sempre il medesimo: la colpa è dei governi precedenti, la soluzione sta nella crescita, il nuovo governo farà meglio. E’ il solito mantra dei noiosissimi dibattiti televisivi.
Sono pochi (in genere solo i «tecnici») coloro che dicono le cose come stanno: il problema è il debito pubblico; fino a quando non si avvia un serio processo di risanamento, con riduzione del debito, non potrà esserci crescita economica. 
D’altronde i politici attuali non hanno come obiettivo il bene del paese a lungo termine (incluse le nuove generazioni, a carico delle quali ricadrà il peso del debito pubblico); i politici hanno come obiettivo l’essere rieletti, e allora l’unica merce di scambio che premia sul piano elettorale è la spesa pubblica, perché la spesa è la prima forma di propaganda per avere voti. 
Ma l’Italia con il suo debito è ormai un paese emarginato, che non conta più niente. Contano gli imprenditori italiani, i ricercatori, i designer, i professionisti, che – al contrario – si affermano in tutto il mondo. Cercasi una nuova classe politica che sia disposta a partire da qua.