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EDITORIALE

Il caso Pesci, lezioni di giornalismo

di Claudio Rinaldi -

27 febbraio 2020, 14:42

Il caso Pesci, lezioni di giornalismo

CLAUDIO RINALDI

Siamo sotto un (mini) attacco di “mailbombing”, cioè un invio a raffica di email: 150 in poche ore, una dopo l’altra, tutte uguali. Un comodo copia e incolla, e via (la sola attività intellettuale originale messa in atto dagli aderenti all’iniziativa è stata la personalizzazione dell’oggetto dell’email, e qui tanti si sono sbizzarriti). Quali danni facciano le bombe intelligenti è noto a tutti. Figuriamoci quelle che, dettate dall’ideologia, proprio intelligenti non sono… 
Al centro della protesta, l’articolo di Roberto Longoni uscito sabato scorso, che raccontava l’ultima udienza del processo a Federico Pesci: quella nella quale sono stati ascoltati testi della difesa (due psichiatri e un’assistente sociale del servizio pubblico) che hanno tratteggiato la personalità della giovane che ha denunciato di essere stata vittima della notte degli orrori nell'estate del 2018.
Ottimo articolo, a mio giudizio: ben scritto, chiaro, molto equilibrato: tant’è che ho fatto i complimenti al collega (per inciso, uno dei migliori giornalisti della “Gazzetta”, con quasi trent’anni di professionismo alle spalle), ben prima che si scatenasse questa furia di leoni e leonesse da tastiera. Equilibrato perché riferiva, sintetizzandole, le dichiarazioni rese dai testimoni e riportava i commenti degli avvocati della difesa e di quello di parte civile.
Il primo a lamentarsi è stato un avvocato della difesa, che ci ha accusato di aver “addomesticato” le parti più favorevoli all’imputato. Poi la gragnola di email, con lamentele diametralmente opposte. È la prova che l’articolo era ben fatto. 
Un po’ come in tante campagne elettorali: quando si lamentano centrosinistra e centrodestra, ognuno convinto che sia stato concesso troppo spazio agli avversari, è la prova dell’equilibrio che abbiamo tenuto. È puntualmente accaduto anche per le recenti Regionali.
Una regola aurea – e intramontabile – del giornalismo anglosassone dice che la notizia è sacra e il commento è libero. Cioè: gli articoli di cronaca devono essere scritti con obiettività. Raccontando – nella fattispecie – l’udienza di un processo il bravo giornalista non deve sostituirsi al giudice (né al procuratore che sostiene l’accusa, né agli avvocati della difesa): deve raccontare ciò che è accaduto in aula. È ciò che è stato fatto. 
Nessuna «cronaca complice e violenta», nessun «punto di vista maschilista, violento e stereotipato», per citare alcuni passaggi dell’email-carta carbone. Non è vero che «quell’articolo è violenza» e non è vero che abbiamo favorito «il ribaltamento da vittima a imputata». Abbiamo fatto il nostro mestiere.
Non siamo permalosi: ma di certe lezioni di giornalismo, specie quando sono così intrise di violenza, ne faremmo volentieri a meno.

claudio.rinaldi@gazzettadiparma.it