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EDITORIALE

Il messaggio del vescovo: 'Prudenza e fiducia senza farci vincere dalla paura'

di Enrico Solmi (Vescovo) -

01 marzo 2020, 10:09

Il messaggio del vescovo: 'Prudenza e fiducia senza farci vincere dalla paura'

Una cosa invisibile blocca il mondo. I medici, i biologi, la conoscono, l’hanno isolata, la combattono, ma la maggioranza resta con questa impressione, anche se ormai questa “palla puntuta”, così sembra il virus, è tristemente familiare. Una botta nel mondo dell’immagine e della sicurezza che spesso si ostentano quando si è sani e le malattie sono lontane da noi. 
Cade la divisione tra noi e voi: noi sani in Italia, terra con  un forte sistema sanitario, voi malati, con una sanità limitata o, ben che vada, privata.  La novità è la nascita di un “noi”, inatteso. Perché i malati – così ritenuti – siamo noi e tanti Paesi ci chiudono la porta in faccia. Capiamo che questo “noi” è prezioso. È composto  dal personale medico e scientifico al quale affidarsi, da persone dedite al bene comune, alla comunicazione, impegnati un ruolo che può cambiare la vita di tante persone. Perché quella “cosa invisibile”, che origina l’epidemia, può essere resa visibile in modi che fanno la differenza nel vissuto della gente. Sentiamo che non può  reggersi un individualismo che sembrava invincibile. Abbiamo bisogno gli uni degli altri e cresciamo in questa relazione indispensabile.
Un “noi” non solo funzionale (“tu mi servi”) e che ingloba Paesi e mondi visti ancora lontani o trascurati dalla nostra attenzione. La profezia del grande parmigiano Guido Conforti, “il mondo unica famiglia” si rivela di un’attualità impressionante. Non siamo fatti per stare da soli e questa epidemia lo evidenzia, insieme all’emergere di domande che, da latenti, prendono forma e parole. La forzata solitudine, la chiusura di luoghi consueti di ritrovo, le fanno salire. Domande di senso: il tema del corpo malato, in un contesto che lo vuole sano, giovane ed efficiente; il coraggio di prendersi cura e stare  accanto; la morte rimossa nella nostra società occidentale. Emerge un “noi”, con riferimenti non delegabili, nel profondo di noi stessi. Un accumulo di umanità benefico  in un clima che sembra patirne la rarefazione. Ma l’emergenza resta e va affrontata. Avvertiamo che siamo davanti a strategie comunicative in evoluzione, anche in considerazione delle enormi connessioni che questa epidemia presenta. Non da ultimo la portata sull’economia, sul mantenimento dei posti di lavoro, questione che tocca, più di altre, la vita di tante famiglie.

Il “noi” diventa, qui, l’alleanza tra mondo scientifico e comunicazione, tra la coerenza di messaggi e scelte operate da chi amministra e governa, con l’opinione pubblica fino al vasto panorama internazionale. Si conferma la relazione tra il borgo di Parma e il mondo globalizzato: la comunicazione corretta nel piccolo deve risuonare nel vasto panorama internazionale. Il mandato resta la prudenza e la fiducia. La prudenza non è paura, ma tenere ferme regole che ormai sono note, adattare uno stile di vita fatto attento all’emergenza, unire il bene che vogliamo raggiungere al tempo di una attesa operosa.

E con la fiducia che “noi” ce la faremo, lasciandoci portare in una speranza reale perché guadagnata da una continua responsabilità. Su questa linea si è mossa anche la Chiesa di Parma in questi giorni, che hanno richiesto un forte discernimento per scelte importanti, come non celebrare comunitariamente il mercoledì delle ceneri, fare le esequie con pochissimi congiunti, chiudere gli oratori, sospendere il catechismo, modificare l’opera di assistenza alle persone bisognose, solo per citare alcune restrizioni. Non è stata la paura, ma la responsabilità sociale coerente con linee di sicurezza molto marcate. La possibilità di celebrare oggi, domenica primo marzo, la Santa Messa nelle Chiese va in questa direzione, allargando alle comunità parrocchiali e ai presbiteri la responsabilità di non creare  grandi assembramenti in luoghi piccoli.

Non è un contrordine, ma l’evoluzione motivata di criteri che erano già ben presenti. Non ci sarà acqua nelle acquasantiere, la Santa Comunione sarà data sulle mani e non ci sarà il segno della pace. Su questo gesto mi permetto un suggerimento che va oltre la liturgia. Perché non cogliere questa situazione, per motivare il darci la mano, a volte abitudinario, formale e poco impegnativo? Non è la paura che ci muove, ma un nuovo responsabile coinvolgimento. Diventiamo creativi.

Mi permetto un suggerimento. Possiamo sostituirlo, ad esempio,  alzando il braccio sinistro con la mano aperta all’altezza del cuore, accompagnandolo con cenno sorridente del capo. Rischiamo il ridicolo? Forse, ma proprio questo indica che ci teniamo a salutare, a scambiare veramente un segno di pace. Non ci aspettavamo certo di continuare così “Parma 2020 capitale italiana della cultura”. Mentre auspichiamo un responsabile ritorno alla normalità con il conseguente afflusso di persone, siamo convinti che lo slogan “La cultura batte il tempo” sia ancora vincente. Perché un modo di vivere responsabile dall’io al noi è capace di dettare i tempi di una comunità che non si tira indietro e battere, cioè vincere, un tempo non felice, perché, come recita il sottotitolo, siamo noi che  facciamo buono il tempo.