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EDITORIALE / 2

Un'emergenza aggravata da politici non all'altezza

di Domenico Cacopardo -

01 marzo 2020, 10:13

Un'emergenza  aggravata  da politici  non all'altezza

Sono bastati dieci giorni di Covid-19, per cambiare i termini del problema Italia e per entrare nel girone dell’irrazionalità e dell’autolesionismo. Comprendiamo ora come una classe dirigente non s’improvvisa e che la famosa continuità è un elemento fondamentale per l’ordinato svolgimento della vita nazionale. Chi lavora in un’azienda sa bene che gli anziani insegnano ai nuovi entrati, trasmettendo lo specifico ethos dell’ambiente a prescindere dalle innovazioni più recenti. Gli ultimi anni, con l’ascesa tumultuosa di populisti e sovranisti, hanno impedito che l’Italia affrontasse e sciogliesse i suoi annosi nodi in materia di debito pubblico, di bilancio dello Stato (reddito di cittadinanza e quota 100 hanno distrutto un pluriennale lavoro di stabilizzazione), e, infine, ancora più cruciale e indifferibile, di recupero della perduta produttività. Il fattore cioè che sino a una quindicina di anni fa ci aveva posto ai vertici dello sviluppo europeo e mondiale.
 Ne parliamo non per sterile rimpianto, ma solo perché questi elementi sono quelli su cui si ricostruirà -se si ricostruirà- un futuro per il bel Paese. Uno scossone come il Coronavirus meritava una gestione oculata, attenta a non drammatizzare e, quindi, aggravare le questioni che esso comportava e comporta.
Invece, il premier Conte, eccitato dall’emergenza, si è insediato alla Protezione civile (Castel Nuovo di Porto: una ventina di chilometri da Palazzo Chigi, sua sede abituale) e ha occupato la sala riunioni del bunker costruito per il caso di guerra nucleare. La trasmissione continua in tempo reale per mezzo della televisione di Stato ha contagiato milioni di italiani con la vis drammatica che il colorito giallastro e sofferente di Giuseppe Conte esplicitava. En passant ricordo che l’ultimo capo carismatico della Protezione civile, Guido Bertolaso, fu investito da pesanti accuse che, oggi, dopo alcuni processi, si sono rivelate tutte infondate. Il governo Monti, sull’onda di queste accuse, lo allontanò e, non contento, cambiò la legge sulla Protezione civile depotenziandone capacità di intervento e di gestione. Del che stiamo pagando un caro prezzo.
Dopo tanti giorni di «Al lupo! Al lupo!», la fiammella della ragione ha iniziato a farsi strada e dalla comunicazione di un’Italia investita del ciclone epidemico, siamo passati a un’attenuazione delle misure adottate senza adeguata riflessione.
L’effetto lo vediamo nel bollettino quotidiano che filtra dal mondo delle imprese. Il «decoupling» (il disaccoppiamento) minacciato dai sovranisti -che ultimamente avevano proposto di chiudere i confini italiani- è di fatto iniziato. Noi tutti temevamo gli effetti dei contrasti tra Usa e Cina e dei nostrani attacchi all’Unione europea.
Mentre non è chiaro quali evoluzioni subirà la tensione tra i due colossi mondiali (e, comunque, gli effetti saranno immediati anche per noi, in modo che se si riprendessero le relazioni commerciali ne beneficeremmo immediatamente), ci è ben chiaro che il mondo e l’Europa stanno -sulla base delle nostre parole (una specie di ex ore tuo iudico )- isolandoci, realizzando così quell’allontanamento dall’Unione che alcuni auspicavano tempo fa. Certo, è possibile che in qualche mese, la tela delle nostre relazioni sia riparata e tutto torni come prima. Ma intanto, già da ieri e dall’altro ieri contiamo i danni che la nostra armatura imprenditoriale sta subendo. Una contabilità, questa, che non è ancora possibile formulare ma, i cui prodromi sembrano spaventosi. 
E pensare che tutto ciò era evitabile. A condizione che qualcuno a Roma sapesse leggere, scrivere e far di conto.
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