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Il caso Napoli: lo Stato deve sconfiggere l'Antistato

di Vittorio Testa -

03 marzo 2020, 08:34

Il caso Napoli: lo Stato  deve sconfiggere l'Antistato

Un ospedale devastato con ferocia distruttrice di ogni cosa, arredi, macchinari, finestre, carrozzine, sedie, letti. Ha avuto la forza devastatrice di un uragano la notturna spedizione punitiva compiuta da una ventina di parenti e amici del ragazzino rapinatore morto poco prima in quel pronto soccorso dopo essere stato colpito dalla vittima designata. Mezz’ora  dopo riecheggiavano i colpi  d’arma da fuoco sparati da motoclisti contro  la caserma dei carabinieri. Potrebbe essere una delle quotidiane cronache di morte e violenza ambientate a Monterrey o a Medellin, le capitali dei “narcos”, le lontane terre dove vige la legge dell’Antistato in guerra con lo Stato quasi  sempre sconfitto. 
Ma non è affatto a migliaia  di chilometri di distanza  che quasi ogni giorno avviene, fatte le debite proporzioni, il sovvertimento delle regole di civile convivenza, con la criminalità organizzata che, storicamente, governa la vita di una società molto volente e poco nolente all’imperio della Camorra. Sì, siamo a Napoli. Davanti a una ormai consueta scena di tragedia. Una tentata rapina notturna. Questa volta entrano in azione addirittura due ragazzini. Quello di sedici anni brandisce una pistola a salve ma  lavorata in maniera tale da sembrare vera. La punta contro un uomo fermo sulla macchina. È un carabiniere fuori servizio ma dotato di un’arma vera che spara tre colpi veri. Il ragazzo è ferito a morte, arriva all’ospedale dei Pellegrini, in centro a Napoli, ma a nulla serve il prodigarsi di medici e infermieri che tentano invano di salvarlo.
Scattano subito le reazioni con riflessi pavloviani: la gran parte dei napoletani condanna il comportamento del carabiniere. Le argomentazioni sono invariate da che mondo napoletano è mondo napoletano. Era un povero ragazzino dei Quartieri spagnoli. Bravo e socievole. Disponibile e giudizioso. Prova ne sia che la sua era una pistola finta.
Insomma un bravo ragazzo ingiustamente ammazzato dalla spropositata  reazione del carabiniere, sul  quale inoltre pesa un’aggravante: non indossava la divisa, che sicuramente avrebbe consigliato il ragazzino a cercare un altro bersaglio. «Me l’hanno ammazzato di proposito» si dispera il padre: «Stava scappando, gli ha sparato alla schiena. Adesso vogliamo che sia fatta giustizia». La zia del sedicenne: «Non bastava sparargli in una gamba? Perché ucciderlo? Non voleva far male a nessuno, tanto è vero che aveva una pistola che non spara». Estremizzando ma non più di tanto la situazione si può affermare che gran parte dell’opinione pubblica napoletana ritiene che il ragazzo non stesse facendo altro che il suo lavoro, illegale ma legittimo in un contesto di spaventosa disoccupazione giovanile, al punto che per trovare un  posto occorre rivolgersi alla Camorra, alla quale presentarsi muniti di un rassicurante curriculum di aspirante criminale già operante e affidabile. È straziante dover arrendersi all’evidenza di una meravigliosa città forse ormai perduta da uno Stato sconfitto dall’Antistato che controlla il territorio, gestisce lo smaltimento dei rifiuti, assolda killer e ragazzini impiegati a trasportare cocaina, taglieggia negozi, aziende, liberi professionisti. Napoli è diventata sempre più invivibile, certe vie e certe strade periferiche sono ad alto rischio. Il centro, soprattutto la sera, non è da meno. Che fare? Certo occorre sforzarsi di capire, non cadere vittime di luoghi comuni negativi. Ma la realtà è quella che è, e nessun esercizio di illuministica razionalità potrà mai cambiarla. Per battere l’Antistato, forte di un grande consenso e della complicità di certi politici, forse a questo punto lo Stato ha una sola possibilità per tentare di sottrarre la capitale del Sud alla criminalità organizzata: riconquistare il territorio. Per farlo c’è una sola strada: schierare  l’esercito.
Vittorio Testa
vittorio.testa@comesermail.it