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EDITORIALE

La «resilienza» dell'economia, prima risposta all'emergenza

di Franco Mosconi -

13 marzo 2020, 09:24

La «resilienza» dell'economia,  prima risposta all'emergenza

Mentre negli ospedali si lavora indefessamente per prendersi cura delle moltissime persone che son sospese tra la vita e la morte, il virus continua a “viaggiare” nell’aria e a “scavare” solchi profondi nel tessuto socio-economico delle nostre comunità. Potrebbe apparire una contraddizione in termini: ma come – potremmo domandarci – una cosa invisibile all’occhio umano è capace di generare così tante negative conseguenze?

Certamente sì dal punto di vista della salute delle persone: questo giornale lo ha sottolineato più volte, grazie al parere di medici e scienziati, nelle ultime settimane. In particolare, Susanna Esposito, professoressa di Pediatria all’Università di Parma e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid), ha posto in rilievo il tema-chiave: la necessità di sviluppare una “terapia antivirale efficace, un vaccino” (Gazzetta di Parma, 29 febbraio).
E la risposta alla nostra domanda iniziale è positiva anche sulle conseguenze economiche del coronavirus (Covid-19), che sono già ora, e continueranno a esserlo nel prossimo futuro, assai pesanti in tutt’Italia, come alcuni colleghi hanno scritto sempre su queste colonne.
A ben vedere, queste conseguenze economiche saranno forse maggiormente pesanti qui - lungo la Via Emilia (e, più in generale, in tutto il nuovo Triangolo industriale formato da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) - più che altrove. D’altro canto, è vero che questo Triangolo è il cuore produttivo del Paese, e dovrebbe avere sviluppato i giusti anticorpi per reagire di fronte alle avversità: non è forse accaduto così dopo il crac finanziario del 2008, che si estese rapidamente all’economia reale? E’, infatti, da quel momento - una decina abbondante di anni fa (ma che oggi ci sembrano molti di più) - che la parola resilienza è entrata con forza nel dibattito di politica economica. Ora, le nostre imprese saranno in grado ancora una volta di mostrare questa capacità?
L’economia (vista, in primis, come disciplina scientifica) non è come la fisica: non è una scienza esatta, è una scienza sociale. Non può ragionevolmente esservi nella letteratura economica nessun libro che intitoli la sua prima lezione: “La più bella delle teorie”. Così ha potuto scrivere Carlo Rovelli nelle sue Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi, 2014) descrivendo la “Teoria della relatività generale” di Albert Einstein. Certo, nella scienza economica vi sono molte teorie, alcune molto brillanti ma troppo distanti dalla realtà, altre che resistono allo scorrere del tempo e altre ancora che durano lo spazio di un mattino. 
Se è una scienza sociale vuol dire che non contano solo i numeri e le (presunte) leggi/teorie, ma contano le relazioni tra le persone, il grado di fiducia reciproco che queste persone manifestano l’una nei confronti delle altre. Pensiamo, per esempio, alla differenza – in specie in un momento come quello che stiamo vivendo – fra relazioni umane improntate a un sano altruismo o, viceversa, a un miope egoismo. E se è una scienza sociale, in economia contano le istituzioni, che dettano le regole del gioco disegnando così il contesto entro cui i singoli (cittadini o imprese che siano) possono muoversi.
Credo che nessuno possa dire, oggi, se per affrontare le nefaste conseguenze economiche del coronavirus basteranno, all’Italia, i 25 miliardi di euro stanziati dal Governo italiano più gli altri 25 miliardi messi a disposizione dalla Commissione europea di Bruxelles (per tutta l’Unione Europea) più i provvedimenti di politica monetaria assunti ieri dalla Banca Centrale Europea di Francoforte. E’ ragionevole pensare che soprattutto dal livello UE possa e debba arrivare molto di più. Cifre a parte (e quella stanziata da nostro Governo è, almeno come prima mossa, significativa), su un punto sembra esservi un ampio consenso nel Paese, e questa volta anche tra tutte le forze politiche e sociali: l’universalità degli interventi di sostegno. Ossia, un aiuto in termini monetari (cassa integrazione, ecc.) e/o in termini di sospensione dei pagamenti (mutui, tasse, ecc.) che riguardi tutti i lavoratori italiani indipendentemente dalle loro tipologie contrattuali e dal tipo di imprese nelle quali lavorano. Il tutto, naturalmente, calibrato per tenere conto della diversa gravità delle situazioni settoriali (c’è infatti chi ha dovuto chiudere del tutto l’attività e chi, invece, può parzialmente continuarla).
Alle imprese manifatturiere della Via Emilia è richiesto un supplemento di impegno e responsabilità. E’ nella loro natura di attori della vita economica emiliano-romagnola (o, se vogliamo, italiana ed europea) pienamente esposti alla concorrenza internazionale: i più esposti. La nostra regione ha il record nazionale di esportazioni pro-capite (circa 15.000 euro); con oltre 66 miliardi di esportazioni nel 2019 è ormai saldamente la seconda regione per export del Paese (dopo la Lombardia e prima del Veneto); ha un rapporto fra export e Pil che sfiora il 40% (ogni 100 euro di ricchezza generata, 40 derivano dalle esportazioni). In una parola, è una regione “aperta” agli scambi internazionali, che a sua volta significa una circolazione dei fattori della produzione (beni, servizi, persone, capitali) molto intensa. Ebbene, dopo il dramma – umano, sociale, economico – che stiamo vivendo, c’è una nuova frontiera per un sistema economico così ben inserito nell’economia globale? 
La nuova frontiera per l’industria emiliano-romagnola, italiana ed europea può essere quella del “ritorno a casa” (il cosiddetto Reshoring), quantomeno parziale, delle attività produttive in precedenza delocalizzate, magari proprio nel lontano Oriente. Molti processi produttivi, negli anni della globalizzazione a cavallo da XX e XXI secolo, si sono frammentati in singole fasi con ciascuna fase realizzata in un certo paese (quello più conveniente in base a ragioni di costo). L’esplosione del coronavirus in Cina ha messo a rischio tantissime di queste “catene globali del valore” (o catene di fornitura) tedesche, italiane, francesi, e così via, che si sono dunque spezzate. Da qui la necessità di ricostruirle su più solide basi: consapevoli che in economia non operano le leggi della fisica, il Reshoring può essere una soluzione sulla quale riflettere, appunto, per il dopo. 
Perché un dopo, possiamo starne certi, grazie alla ricerca medico-scientifica e alla responsabilità di noi tutti, ci sarà.

FRANCO MOSCONI
Professore di Economia e Politica Industriale, Università di Parma
 

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