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EDITORIALE

Il monolito italiano

di Domenico Cacopardo -

14 marzo 2020, 09:02

Il monolito italiano

Forse nemmeno la Cina è stato il monolito che abbiamo immaginato fosse osservando le immagini trasmesse dalle televisioni. Anche a Wuhan, qualche ora prima che fosse emanato il blocco in casa delle persone, alcune migliaia di abitanti sono scappati per raggiungere le città e i paesi da cui provenivano. Certo, dopo il decreto, truppe e polizie erano autorizzate a sparare a vista a coloro che, a dispetto degli ordini, si aggiravano per le strade. 
Per fortuna, questo aspetto della reazione cinese al virus non è importabile nell’Italia che, in ogni caso, ha effettuato scelte serie e coerenti, limitando al minimo le attività consentite.
Il tutto al lordo della natura anarchica di parte importante dei nostri concittadini.
Non è ancora e in ogni caso il momento di fare bilanci. Solo qualche considerazione elementare. 
Partiamo dall’Europa. Risulta evidente che con la bocciatura del progetto di Costituzione comunitaria (primo vero passo sulla strada della federazione) il processo unitario s’è arrestato. Di fatto, il sogno è arretrato sino allo stadio di mercato comune, l’elemento che tanto ci ha aiutato a diventare protagonisti in Europa. Il resto della costruzione europeista affronta in questi giorni la sua prima vera prova, visto che la crisi del 2008 era finita in sangue e lacrime per gli stati in difficoltà. Ora delle due l’una: o l’Europa diventa protagonista nella gestione della crisi pandemica adesso e, dopo, della ripresa produttiva, o non è né sarà. Gli aspetti vincolistici che contraddistinguono ancora le scelte di Bruxelles - già inaccettabili - diventeranno improponibili. I primi passi dell’Unione e della Bce in materia sono deludenti. Vediamo come l’Unione evolverà, ferma restando l’insoddisfazione per il ruolo sin qui recitato.
 In Italia, la navigazione è tempestosa. Ad agitare le acque ci si è messo Maurizio Landini che, non soddisfatto della sonora sconfitta subita nello scontro con la Fiat e Marchionne, ha assunto la direzione della Cgil in versione massimalista, dopo la grande stagione riformista di Lama e Trentin. La pretesa di chiudere tutto e, in particolare, gli impianti produttivi è irrealistica e autolesionistica per gli italiani e per i lavoratori che vi sono addetti. Se, come sappiamo, la competizione regola i rapporti commerciali, essa non si placa durante questa rovinosa crisi. Anzi chi è forte (o non ancora colpito) proverà a sottrarre a chi è debole e colpito quote di mercato. È inutile illudersi.
Per questa ragione è sbagliato chiedere o volere una chiusura generale. La scelta corretta è quella di vagliare caso per caso, realtà per realtà, coinvolgendo le organizzazioni datoriali e sindacali, coinvolgendo nelle decisioni la regione interessata. Certo, prioritaria è la salute dei dipendenti e saranno essi stessi a valutare se le condizioni ambientali degli impianti e le misure adottate dalle direzioni siano compatibili con la prosecuzione dell’attività. 
 Certo, questo significa togliere ulteriore ruolo al sindacato nazionale, cosa, del resto, da tempo in corso, ma il decadimento del sindacato nazionale è questione politica del tutta estranea al problema che «hic et nunc»  ci deve occupare. Come questione politica, sostanzialmente estranea alla quotidianità della lotta al virus, è la pretesa di alcune forze politiche di pretendere che il governo chiuda tutto e sigilli il Paese. Nel cinismo ontologico della politica, una proposta del genere ha lo scopo di esporre il governo alle critiche generalizzate, lucrando, i proponenti, consensi e, domani, voti. Ma anche la ragionevole idea del caso per caso ha un aspetto politico dirimente: se ogni azienda decide localmente sotto la responsabilità della regione, saranno i politici e i partiti al governo nelle regioni a pagare le conseguenze di una decisione radicale. E, perciò, il governo e i suoi partiti ne trarrebbero benefici.
La soluzione è quella di accantonare le esigenze «particulari» di leaders e partiti per adottare come criterio positivo l’interesse complessivo del Paese. Solo così potremo trascorrere i lunghi giorni che ancora ci aspettano con il minimo di serenità e di solidarietà di cui abbiamo bisogno. Intanto, possiamo osservare gli sforzi sovrumani che il sistema sanitario sta compiendo per affrontare la pandemia. Compresa la realizzazione di nuove postazioni di terapia intensiva, nuove strutture, nuove organizzazioni più aderenti alle urgenti esigenze delle comunità.
Rompere il fronte oggi, rischia di demotivare la popolazione nell’onorare i suoi doveri civici. 
Una sciagura ulteriore che non vogliamo. Che non vuole nessuno.
DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it