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EDITORIALE / 1

La Lagarde e i nostri conti in difficoltà

di Augusto Schianchi -

15 marzo 2020, 10:04

La Lagarde e i nostri conti in difficoltà

L’esordio della Lagarde in un momento di crisi non poteva essere peggiore. D'altronde la Lagarde è un avvocato; non ci s’improvvisa economisti, perché l’economia è una scienza difficile. Da un lato richiede sensibilità sociale, ma dall’altro richiede soprattutto richiede una solida competenza tecnica. Perché il mondo finanziario, con l’abbondanza d’ingegneri specializzati in finanza, ogni giorno ne inventa una nuova, e, o sai come trattarlo o non lo sai. 
Basti guardare alla crisi sui Repo negli Stati Uniti, partita a settembre, tutt’ora in atto, che – non ben capita dalle Autorità di regolamentazione - oggi si è trasferita sui titoli del tesoro americano. Aggiungendo nuovi rischi nel mondo finanziario globale. E’ la solita legge: o sai e risolvi, o non sai e la crisi continua.
La Lagarde ieri ha detto che non è compito della Banca Centrale Europea occuparsi degli spread dei singoli paesi. Vero, ma non necessario volere riaffermarlo; nel frattempo la Borsa italiana ha perso quasi il 20% e lo spread è balzato ad oltre 250. Poi la Lagarde ha ritrattato, ma il danno era già stato fatto. Per fortuna il giorno dopo è intervenuto il capo economista della Banca Centrale Europea -un  tecnico- Philip Lane, che ha spiegato in un blog, “non tollereremo alcun rischio … in tutta l’area dell’euro”. Immediatamente è intervenuta la Von der Leyen per una ulteriore riassicurazione, dopo l’intervento del nostro presidente Mattarella.
In pratica: se ci saranno sintomi di crisi, interverremo. Ma i nostri problemi d’indebitamento restano.
Facciamo il punto: l’intervento della Lagarde è stato improvvido, ma esso riconferma che, dopo Draghi, i tedeschi hanno ripreso il controllo sulle decisioni della Banca. La Merkel e la Von der Leyen possono mettercela tutta nel riassicurarci la loro solidarietà, ma il cordone della borsa ce l’ha in mano la Banca Centrale Europea, controllata dalla Bundesbank, presieduta dal falco Veidmann.
Il quale certamente non vuole buttarci fuori dall’euro, è disponibile a salvarci, ma pretende naturalmente garanzie di un nostro impegno.
Ora, stiamo attraversando la più grave crisi dalla fine della guerra. L’obiettivo di salvare la vita delle persone deve prevalere oggi su qualsiasi altra considerazione. Però non dobbiamo nasconderci le future conseguenze di questa crisi drammatica. Con le manovre fiscali già approvate, con conseguente e ovvio aumento del debito -Lagarde ha già impegnato la Banca a sottoscrivere i nostri nuovi titoli- presumibilmente il futuro rapporto debito/PIL sfiorerà il 140 percento. 
Il 140 percento era il rapporto debito/PIL che ci siamo trovati alla fine della Prima Guerra Mondiale, nel 1919. 
A questo punto abbiamo 2 strade.
La prima è: spendiamo tutto quello che è necessario, poi andiamo a Bruxelles e pretendiamo tutto il sostegno dall’Europa. Picchiamo i pugni sul tavolo (come vorrebbe qualcuno), affermiamo la nostra sovranità, pretendiamo solidarietà, minacciamo l’uscita dall’euro. E’ evidente che questa strada ci porterebbe alla bancarotta, con tutte le conseguenze che seguiranno. (Mai un paese che ha dichiarato bancarotta, dopo si è ritrovato più ricco.) 
La seconda strada è quella di spendere sì tutto il necessario, ma al contempo preparare un piano di rientro per il futuro, da presentare a Bruxelles, credibile, a lungo termine, che assicuri che domani faremo di tutto per rientrare dallo sforamento del debito accumulato. Anche perché possiamo permettercelo: la ricchezza degli italiani è pari a 9.743 miliardi di euro (indagine per il 2017, congiunta Banca d’Italia-Istat). Più o meno 4 volte il nostro debito.
E in Europa questo lo sanno molto bene.