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EDITORIALE / 2

Quei 21 morti, persone come noi

di Filiberto Molossi -

15 marzo 2020, 10:08

Quei 21 morti, persone come noi

I numeri non hanno occhi, non hanno un volto, non hanno una storia da raccontare. I numeri sono numeri: freddi, impersonali, implacabili. Ma dietro i numeri ci sono le persone: quello che erano, che hanno fatto, i loro sogni, i loro amori, le lacrime, i sorrisi. 
Rischiamo sempre un po' di dimenticarcene in questo momento di incubo collettivo, quando stendiamo le cifre – certe e innaturali  - di un dolorosissimo, assurdo, calcolo. 
L'altro giorno, solo a Parma e provincia, sono morte 21 persone di coronavirus: ventuno come noi. Titolò così la Gazzetta, quella volta, 41 anni fa: quando un'esplosione fece crollare l’ala est del padiglione Cattani, all'ospedale Maggiore, là dove ora centinaia di medici e infermieri sono in prima linea  a fronteggiare senza sosta, con coraggio e determinazione,  il contagio maledetto. Fu una tragedia epocale, una delle pagine più nere della storia moderna della città: ma la folla ai funerali di allora, l'abbraccio invincibile di quegli anni difficili e ancora di piombo è la solitudine della morte di adesso, l'impotente e obbligata reclusione dell'inutile benessere di oggi. Eppure, anche le vittime dell'altro giorno sono «ventuno come noi»: fratelli nella notte, soldati del nostro stesso esercito. Qualcuno forse lo conoscevamo, qualcun altro lo abbiamo incontrato: ognuno di loro merita un pensiero. E un volto, dietro al numero. Sono la nostra famiglia, il nostro gregge. Perché questo virus non fa distinzioni, è crudele e democratico: e non mi dà alcun sollievo – anzi - che secondo le statistiche  (ancora numeri, ancora cifre) la maggior parte delle vittime siano anziani. E non solo perché come dice un proverbio svedese «il pomeriggio conosce cose che il mattino nemmeno sospettava», ma anche perché rappresentano  il nostro riparo, la nostra ricchezza: ne hanno viste tante e sono forse gli unici ad avere gli anticorpi morali per fronteggiare anche questa. Nell'anno in cui Parma si era (ri)scoperta capitale, si trova a vivere la sua ora più buia: è il momento di restare uniti, di fare, ognuno per quello che può, la sua  parte. Comportandosi responsabilmente, seguendo le indicazioni di chi ne sa più di noi, mettendo in atto tutte le precauzioni necessarie: lo dobbiamo ai vivi, ma anche ai morti. Tornerà il sole, ma adesso ha da passà 'a nuttata.