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EDITORIALE

Italia blindata costretta a rinviare il voto

di LUCA TENTONI -

17 marzo 2020, 09:44

Italia blindata costretta a rinviare il voto

È ormai in arrivo, dopo i provvedimenti - ben più urgenti - di carattere economico-sanitario, la norma che sposta le elezioni regionali e comunali dalla primavera all'autunno; il referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari (da 630 a 400 per la Camera, da 315 a 200 per il Senato), inizialmente previsto per il 29 marzo, dovrebbe svolgersi a novembre. Sebbene si tratti di rinvii legati a ragioni evidenti di salute pubblica e a questioni organizzative di non poco conto (con gli italiani a casa, è impossibile fare campagna elettorale; i francesi non hanno rinviato le “municipali” di domenica scorsa, ma ora – dopo il primo turno - se stanno pentendo) l'impatto politico non sarà trascurabile. 

Il grande "test" amministrativo, regionale e referendario finisce per chiudere non solo la "finestra elettorale" per lo scioglimento anticipato delle Camere a settembre (che già, di fatto, è sempre chiusa per l'approvazione della legge di stabilità), ma rinvia l'eventuale rinnovo del Parlamento alla tarda primavera del 2021, se non a quella del 2022. Infatti, se al referendum di fine novembre per il taglio dei seggi di Montecitorio e Palazzo Madama vinceranno i favorevoli, non avremo i nuovi collegi elettorali prima di fine gennaio, quindi le elezioni anticipate non potranno aver luogo se non da aprile del 2021 a fine giugno. Subito dopo inizierà il "semestre bianco": il presidente della Repubblica, come prescrive la Costituzione all'articolo 88, non può sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del suo settennato, a meno che l'atto non sia dovuto (in altre parole: che la fine naturale della legislatura coincida in tutto o in parte col semestre bianco, ma non è questo il caso del 2021). Eletto il nuovo Capo dello Stato nel gennaio del 2022, le Camere potrebbero essere sciolte, a quel punto, o in anticipo (voto nella primavera del 2022) o regolarmente (la scadenza naturale è fissata per la primavera del 2023). Tutto questo excursus spiega perché i partiti che pensano di avere un buon riscontro elettorale da un voto amministrativo e politico che si svolga prima possibile temono che i rinvii dovuti all'emergenza li penalizzino. C'è poi una doppia questione politica: in primo luogo, il rinvio può permettere al centrosinistra e al M5s di avere parecchi mesi per cercare e trovare candidati comuni per le città e le regioni: per il centrodestra, alcune delle sfide che oggi sembrano scontate potrebbero diventare incerte; in secondo luogo, tutto dipenderà da come usciremo da questa crisi. Infatti, se l'azione del governo sarà stata efficace sul piano economico, oltre ovviamente che su quello sanitario, sarà più difficile per le opposizioni e per alcuni partiti di maggioranza un po' "inquieti" dare la spallata a Conte; in caso di fallimento della gestione dell'emergenza Covid 19 o di crollo del Pil e dell'economia italiana, le opposizioni - Lega e FdI in primo luogo - non dovranno neppure chiedere le dimissioni di Conte, perché si andrà verosimilmente ad un Esecutivo di grandi intese non troppo dissimile da quello guidato da Monti nel 2011-2013. Infine, una notazione riguarda le regioni, che in questo periodo sono protagoniste, insieme allo Stato, della lotta contro il virus. Proprio in coincidenza con i 50 anni dal primo voto (maggio 1970) per le quindici regioni a statuto ordinario, nessuna di esse rinnoverà il Consiglio nella scadenza ordinaria (aprile-giugno degli anni che finiscono col 5 o con lo zero), perché nelle sei che ancora "erano in regola" (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia) si andrà ai seggi in autunno. Un anniversario importante festeggiato tristemente, con i poteri regionali mai così rilevanti e mai così discussi e con il simbolico ma significativo voto del maggio 2020 cancellato dalla lavagna dell'agenda politica.