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EDITORIALE

La sparata di Johnson. Se il Signore ci lascia in vita

di VITTORIO TESTA -

18 marzo 2020, 11:30

La sparata di Johnson. Se il Signore ci lascia in vita

«Dovremo rassegnarci a veder morire anche i nostri cari». Infelice per il contesto nella quale è stata pronunciata ma inoppugnabile in tutta la sua dolorosa cruda verità, la dichiarazione del premier inglese Johnson ha fatto scalpore. Certo, l’argomento dell’ultimo atto della vita, è di quelli frangibili. Il premier invece l’ha sbatacchiato in coda alla presentazione del progetto detto “vaccinazione di gregge”. Contagiare cioè gran parte della popolazione affinché si sviluppino gli anticorpi che vincano il virus. Metodo che falcidierebbe i malati più gravi, i più deboli, i più anziani: trecentosettantamila persone. Sicché subito è scattato  il ricordo dei metodi di sterminio nazista. Non occorre aver letto Quintiliano per stabilire che quello dello scapigliato politico è stato un errore di retorica oratoria. Altra critica da parte di alcuni uomini di cultura è quella che gli imputa, essendo il premier laureato in storia romana, di non aver tratto insegnamenti dagli studi fatti e non aver capito niente della  “pietas”, la Dea dei romani che infondeva la virtù di conciliare il rispetto degli Dei, dello Stato e sopratutto della famiglia. Virtù tripartita della quale, peraltro, noi italiani  abbiamo coltivato soltanto una delle tre, diventando protagonisti di un familismo estremo. 
Ma, detto della maldestrìa johnsoniana, occorre riconoscergli il merito della franchezza: tutti noi e i nostri cari abbiamo un appuntamento, sgradito ma prima o poi inevitabile, con  la Grande Eguagliatrice, la Vecchina con la falce. Terrorizzati, mettiamo la testa sotto la sabbia.
La morte  tocca agli altri, non a noi, ai nostri cari, agli amici. E quando come adesso irrompe la tragedia,  e al telegiornale vediamo le bare allineate nella chiesetta di Vaio; quando ci troviamo di fronte all’incerto orizzonte e le sere  diventano   ansiogene, scatta la paura. Ci rendiamo conto che siamo tutti in fila con un biglietto senza scadenza per la Traslochi Caronte, anfibia agenzia di viaggi definitivi. L’incredibile ma vero sta accadendo. E c’è un dramma dentro la tragedia. Il dramma  è quello di una società globalizzata ad alta tecnologia non ha saputo prevedere alcunché. Cosa poi atrocemente beffarda è  che manca un numero sufficiente di posti letto per la a terapia intensiva. Negli ultimi dieci anni li abbiamo dimezzati: da 540 ogni 100mila abitanti ora ne abbiamo 251. Accade dunque che  occorre stabilire, fare una cernita, tra gli ammalati più gravi. Gli altri in lista d’attesa. 
Sì, dobbiamo rassegnarci alla morte dei nostri cari.  Il premier inglese non ha fatto altro che citare i grandi filosofi: l’uomo è mortale. Ricordo i nostri vecchi e la loro saggezza. Consapevoli della propria precarietà, della finitezza umana, accompagnavano  ogni progetto futuro con un auspicio  di speranza e già di rassegnazione: «Se il Signore mi lascia in vita». Sì, lo zazzeruto inglese è stato brutale. Ma dove sta lo scandalo? Auguri per la sua carriera politica, mister Johnson,  che pare destinata a grandi traguardi: se il Signore la lascia in vita, s’intende.

vittorio.testa@comesermail.it